2.A SERATA SULLA CASA D'ACCOGLIENZA

Accoglienza come normalità

 

Nell’ambito del ciclo di tre incontri organizzati dalla Parrocchia per presentare a tutti i cittadini la CASA DI ACCOGLIENZA, martedì 2 marzo nella sala don Bosco del Ricreatorio San Michele di Cervignano si è tenuto il 2° incontro dal titolo: Accoglienza “perché?” Motivazioni di fede e motivazioni laiche al quale sono intervenuti il biblista don Giorgio Giordani e la dott.ssa Miriam  Kornfeind, responsabile della Comunità San Martino al Campo di Trieste.

La serata, moderata dalla prof.ssa Gabriella Burba ha avuto inizio con uno spunto per la riflessione suggerito dal Vangelo di Matteo e proposto da don Giordani: Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli. Un esordio che, sul tema dell’accoglienza, poteva rappresentare una vera provocazione. “O il Vangelo è utopia, continua don Giordani- oppure c’è qualcosa nella nostra vita che non è in sintonia con il messaggio che ci viene comunicato”.

“L’adesione al messaggio evangelico -prosegue- non può avere carattere di eccezionalità, ma di assoluta normalità.” E subito don Giorgio interroga i presenti: “Chi è l’uomo? A questa domanda possiamo rispondere in due modi. La prima risposta è quella che considera l’uomo un po’ cattivo, qualcuno di cui non ci si può fidare. Ricorreremo, pertanto in questo caso, a delle contromisure. L’uomo, sarà governato dalla legge, con delle norme e delle punizioni nel momento in queste verranno infrante. Il secondo tentativo per dare una risposta all’interrogativo, rivela l’uomo come essere limitato. Nel limite, però, non c’è malvagità. Se l’uomo comprende il proprio limite, esprime se stesso dentro qualcosa di infinito ed eterno. Si pone, in sintesi, in relazione con Dio. Questo uomo, pertanto, risponde ad un’altra logica. E’ un uomo nuovo che trova la libertà nella responsabilità della propria vita, è un uomo che trova in sé germi d’infinito, ha una identità precisa perché “possiede cromosomi di Dio”. Tutto questo per dire che anche quando parliamo di accoglienza, meglio, di Casa di accoglienza, è necessario intraprendere un percorso educativo e culturale. Non cambierà nulla e non cambieremo la nostra vita se l’esperienza dell’accoglienza si inserisce in un contesto di eccezionalità, saremo uomini nuovi se tutto questo sarà un evento normale. Non dobbiamo avere pretese rivoluzionarie, ma di assoluta normalità”. E conclude: “Solo così potremo considerarci custodi di un futuro per una nuova umanità: un’umanità accogliente. Non con carattere di eccezionalità, ma di normalità. Proviamo a crederci.”

L’incontro è proseguito con l’esperienza della dott.ssa Miriam  Kornfeind che ha ripercorso i 40 anni di storia della Comunità San Martino al Campo, ricordando don Mario Vatta, giovane prete triestino, e suoi primi contatti con alcuni giovani coinvolti nel mondo della droga, fenomeno in quel momento ancora in gran parte sconosciuto e sommerso. Attorno a don Mario si forma un primo un primo gruppo di amici che da subito cerca di operare secondo la fIlosofia della strada, ossia attraverso l'incontro diretto e non giudicante con chi 'fa più fatica' proprio nei luoghi in cui vive.

Anche nell’intervento di Miriam Kornfeind, viene riproposto il concetto di prevenzione e accoglienza ispirato all’attenzione verso la normalità. Il dovere della fiducia in chi si accoglie, inserendo il concetto di Casa non solo come luogo fisico, ma anche e soprattutto come luogo di relazione, di incontro, di ascolto. Ha ricordato come il volontariato debba essere vissuto all’insegna della gratuità e della continuità di servizio per dare origine ad una accoglienza efficace e rispettosa dell’altro, in quanto si creano aspettative che non vanno tradite. I metodi suggeriti per raggiungere un obiettivo positivo e comune sono specialmente il lavoro in equipe e la mancanza di attori solitari che non si confrontano tra loro. Inoltre è necessaria, secondo la Kornfeind, una dimensione culturale e politica, intesa come “amore per la polis”.

L’intervento si è concluso con una citazione di Vittorino Andreoli, tratta dal suo ultimo libro: “la dimensione comunitaria è la dimensione  più umana”.

È seguito un ampio dibattito, in cui è intervenuto anche don Dario Franco, il quale ha ricordato che questo progetto è stato ereditato con entusiasmo da un’idea di don Silvano Cocolin. Anche il parroco ha posto l’attenzione sulla necessità di concepire questa proposta non solo come struttura, ma anche come rete di relazioni, concludendo che il quadro non è ancora completamente chiaro, però “bisogna partire”.

1a. SERATA SULLA CASA D’ACCOGLIENZA

Prossimi appuntamenti:

Martedì 2 marzo, in sala don Bosco alle ore 20.30 (con la partecipazione di don Giorgio Giordani e Miriam Kornfeind: ACCOGLIENZA, PERCHE’?

Aprile: ACCOGLIENZA COME?

La relatrice Gabriella Burba introduce la serata con qualche riferimento al tema dell’accoglienza. Il concetto espresso nel Vangelo, sintetizzabile nel breve aforisma “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”, è, in realtà, un principio trasversale, che parte dal cristianesimo passando per induismo, islam, buddismo e molte altre dottrine e religioni nel mondo.

Anche dal punto di vista giuridico è preso in considerazione il “dovere dell’accoglienza” (articolo 2 della Costituzione), cioè l’impegno della Repubblica a garantire i diritti inviolabili dell’uomo e soprattutto di eliminare gli ostacoli tra spirito di accoglienza e atti concreti.

Inoltre, anche nei Patti internazionali dei diritti dell’uomo (1976), gli stati membri si impegnano a garantire vita dignitosa per l’individuo, elencando alcuni dei principali bisogni della persona: una di queste è un alloggio adeguato.

DON DARIO FRANCO: introduzione del parroco di Cervignano

Don Dario Franco inizia il suo intervento specificando che la denominazione “casa d’accoglienza”, con cui ormai questo progetto che sta giungendo alla sua concretizzazione è conosciuto da tutti, è improprio. “Questa struttura, infatti -chiarisce subito- non ha niente a che fare con le case-famiglia o i dormitori già presenti in regione:  non sono previsti servizi in comune o un responsabile. In realtà è un complesso abitativo adibito a permanenza temporanea, un insieme di cinque mini-alloggi gestiti in convenzione con il Comune di Cervignano.

Perché una casa di accoglienza?

“L’idea, com’è noto, è un’intuizione di don Silvano (Cocolin, ndr) lanciata nel 2006, che da sempre era stato sensibile ai numerosi casi di persone in difficoltà per quando riguarda la casa. Le tipologie delle persone che ne usufruiranno -spiega don Dario, che ha raccolto l’iniziativa di don Silvano, facendola propria -saranno diverse tra loro: donne single con bambini piccoli, persone con problemi di separazione, individui con difficoltà economiche, disoccupati e via dicendo.”

Gestione

“Ci sarà un comitato di 5 membri, che accoglierà le richieste che arriveranno sia tramite i vari canali della Parrocchia (Caritas, passaparola ecc)o del Comune (servizi sociali).

 Secondo il giudizio del Comitato, che stilerà una graduatoria con criteri precisi,  verrà affidato un alloggio “chiavi in mano”.  Ci sarà un regolamento, per esempio la permanenza non potrà superare i sei mesi.  Per convenzione (firmata il 25-11-2009) la Parrocchia si è occupata della progettazione e della costruzione e il Comune si occuperà delle spese ordinarie (corrente, pulizie…).”

Don Dario conclude con un appello al volontariato sia per lavori manuali occasionali, sia, soprattutto, per un sostegno affettivo nei confronti degli ospiti della casa dì accoglienza.

“Sarà necessario e opportuno creare una certa amicizia con queste persone, dimostrare accoglienza, farle sentire accettate, farle sentire, in poche parole, parte della comunità cittadina.”

FEDERICA PUGLISI: il punto di vista del Comune

“Don Silvano e Anna Buffin sono venuti in municipio e hanno proposto quest’idea nel 2002.

L’idea è stata subito accettata, perché il problema che riguarda persone senza casa è abbastanza frequente. L’idea di poter contare su alloggi temporanei inciderà molto di meno anche da un punto di vista economico: per ora infatti ricorriamo alle case popolari, ma capita che bisogna pagare qualche notte d’albergo alle persone indigenti in casi particolari. L’emergenza-casa è già gestita in altre maniere, pagando un contributo nazionale ridistribuito. Inoltre l’associazione “Vicini di casa” si impegna a aiuta le persone in difficoltà aiuta a reperire gli alloggi; nei primi tempi, quest’associazione era rivolto maggiormente agli stranieri, ma ormai non è più così, perche molti cervignanesi si trovano in condizioni di difficoltà. Il problema, quindi, è trasversale e questo sarà lo spirito di questo progetto.”

Un richiamo anche al tema del volontariato: “Se già è grave perdere la casa-conferma la Puglisi- è ancora peggio non avere una rete amicale che sostenga affettivamente le persone che hanno bisogno. Ciò che i volontari possono e potranno fare è molto prezioso.”

“Il problema più grosso -conclude- sarà la temporaneità. Da un lato, infatti, il servizio sociale è abituato a lavorare in questo modo:bisogna analizzare la situazione e elaborare un percorso. C’è un sostegno anche per trovare un lavoro, perché  un tipo di aiuto che non prevede l’autonomia della persona in difficoltà, non sarebbe una soluzione. In questo caso specifico, dopo i sei mesi di permanenza, si potrà pensare a un alloggio in casa popolare o ad un aiuto nei primi mesi di affitto. Dall’altro lato però, in maniera fisiologica, avremo a che fare con persone che si “adagiano: con questi casi sarà più difficile prendere una posizione ferma e chiarire.”

ENNIO SNIDER e LUCA NEGRO: presentazione tecnica

“Abbiamo cercato di ottenere 5 miniappartamenti con un corridoio centrale e due spazi comuni (lavanderia e salotto).

Gli appartamenti sono di 38 metri quadrati (tranne uno, che darà più piccolo).

L’appartamento sarà formato da un bagno  spazioso (sia per eventuali ospiti disabili, sia per poter permettere di fare alcune cose senza disturbare gli altri spazi, come stirare o stendere i panni); la zona notte e la zona giorno sono conviventi, con un separé per garantire un minimo di privacy. C’è una zona cottura, un frigo, un piano cottura con piastra elettrica. Infine c’è un armadio guardaroba e ovviamente i due letti (tranne nell’appartamento più piccolo che ne ha uno solo).

Si era pensato di creare collegamenti tra i vari appartamenti, poi per problemi acustici abbiamo eliminato questa idea, visto che l’idea è di dare il massimo comfort dal punto di vista acustico: il rumore, infatti, è la prima causa di disagio nella convivenza. Le porte sono state scelte appositamente, muri fonoassorbenti- specifica Luca Negro.

Ci sarà anche un mini appartamento che la parrocchia ha deciso di gestire in proprio (probabilmente per un nucleo familiare) che però non passerà per la graduatoria, ma verrà riservato per casi urgenti o comunque particolari.

C’è un’area verde, in modo che le persone possano avere un piccolo giardino.”

Sofia Balducci