“I’m lovin’ it”. O no?

 

America, giovani e fast food: una questione di equilibrio

lunedì 02 agosto 2010

Mc Donald’s ha vinto ancora una volta. La notizia è di questi giorni: il colosso della “ristorazione” veloce (le virgolette sono d’obbligo), tramite i suoi dirigenti, ha pubblicamente risposto alle accuse sollevate dal Center for Science in the Public Interest (Cspi). L’associazione americana, che da tempo si occupa di salute e alimentazione, aveva infatti intimato a McDonald’s di interrompere la commercializzazione di figurine e giocattoli assieme ai suoi menù per bambini (http://www.cspinet.org/new/201006221.html per il testo completo, in inglese). «Il marketing della McDonald’s – sostenevano dal Cspi – ha l’effetto di fare dei bambini americani un esercito di insopportabili piazzisti, che assillano i propri genitori per essere portati in un ristorante della catena per i giocattoli ancor prima che per il cibo». Il risultato di queste strategie, secondo i paladini della salute pubblica, sarebbe quello di abituare le nuove generazioni di americani ad un’alimentazione ipercalorica, grassa, salata o dolciastra, contribuendo ad alimentare l’epidemia di obesità già in corso. Pronti ad affrontare un eventuale contenzioso giudiziario (negli Stati Uniti non è certo una novità che un’associazione di consumatori intenti una causa nei confronti di una multinazionale), al Cspi hanno aspettato la replica dei vertici della catena di fast-food, che non ha tardato troppo ad arrivare. «Dovreste essere voi a chiedere scusa ai bambini americani e ai loro genitori – ha contrattaccato l’amministratore delegato di McDonalds – che al contrario di quanto credete voi sono capaci di fare scelte autonome». «I genitori americani – ha continuato il funzionario della multinazionale – sono convinti di avere loro e non il Cspi il diritto e la responsabilità di decidere che cosa è meglio per i propri figli».
La faccenda mi ha colpito per due motivi fondamentali: in primo luogo, è la dimostrazione di quanto sia difficile, anche per un ente dotato di enorme visibilità e ingenti mezzi, contrapporsi ad un’azienda come McDonald’s, pronta non solo a schierare uno stuolo di avvocati, ma persino a mobilitare i cittadini in difesa di un loro “diritto”. «L’America – afferma infatti l’amministratore delegato dell’azienda – non sta dalla vostra parte: siti internet, blog e sondaggi attestano che l’opinione pubblica è in larghissima parte schierata contro di voi».
La seconda considerazione che mi è venuta in mente è di ordine più generale: fino a quanto ci si può spingere nella protezione della salute pubblica? In altre parole, quanta ragione ha il Cspi e quanta ne ha McDonald’s, in questa vicenda?

È innegabile che gli scopi che animano il Cspi siano più che nobili, ma pensare che gli americani, abituati ad abitare nel paese delle libertà, dove persino le sigarette vengono da sempre pubblicizzate liberamente (e fino a qualche tempo fa erano protagoniste di reclame quanto meno imbarazzanti, come questa http://www.nytimes.com/slideshow/2008/10/06/business/media/20081006_CigaretteAd_Slideshow_ready_5.html, possano accettare che un’associazione salutistica detti il loro menù, mi sembra quanto meno un’utopia.
Tempo fa, sul New England Journal of Medicine, forse la più importante rivista medica al mondo,  lessi un interessante articolo su un argomento simile. Era in ballo la proposta di introdurre una “tassa” sulle bibite gassate e zuccherate, allo scopo di scoraggiarne il consumo, particolarmente tra gli strati sociali meno abbienti, i più interessati dal dilagare dell’obesità e dal suo noto strascico di patologie: dal diabete alle cardiopatie.
Il denaro ricavato (si parlava di 15 miliardi di dollari, mica noccioline!) sarebbe stato destinato a programmi di promozione sanitaria o all’assistenza degli indigenti. Anche in questo caso, come prevedibile, polemiche a non finire tra i venditori di bibite, preoccupati per il calo delle vendite, e i tutori della salute pubblica. Come sia finita, non lo so. Ma sono certo che, qualsiasi delle due parti abbia prevalso, qualcuno lo avrà ritenuto un fallimento.
Quale può essere, allora, la soluzione? Naturalmente, io non pretendo di saperlo, ma come qualcuno dei miei (25, diceva Manzoni? Allora saranno 2 o 3) lettori sa bene, il tema dell’educazione alimentare mi sta particolarmente a cuore. Non soltanto perché intendo occuparmi di sanità, e non soltanto perché mi piace cucinare e mangiare bene. Mi sta a cuore perché credo che educare il gusto, abituarsi al mangiare buono e sano rivesta un ruolo culturale fondamentale. Tutti, o almeno molti, siamo stati dei bambini e dei ragazzini dai gusti monotoni e malsani: «non voglio la frutta, non mi piace la vedura, mamma voglio le patatine, papà prendimi la coca-cola». Ma solo alcuni di noi, i più fortunati, hanno avuto dei genitori che non si sono arresi alla nostra monotonia, che sono stati capaci di suscitare in noi la curiosità verso nuovi cibi, di farci gustere il piacere della scoperta di nuovi sapori, ma anche di insegnarci a non eccedere. Saranno probabilmente bambini educati in questo modo che, diventati più grandi, svilupperanno un rapporto più equilibrato con il cibo. Ecco, forse è tutta una questione di equilibrio. Non sarà certo una legge che cambierà le abitudini alimentari di grandi e piccini. Gli americani, con i loro diktat proibizionistici, non mi sembra l’abbiano ancora capito.

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