Il Passator Cortese

Ruberie nel passato e scorrerie nel presente

di Vanni Veronesi

IL VALORE DELL'UMANESIMO - Discorso di David Foster Wallace

martedì 13 settembre 2011

Simone Bearzot, il giramondo che su Alta Quota ci regala ogni volta interessanti articoli da tutto il globo, mi ha segnalato questo splendido discorso dello scrittore David Foster Wallace, al suo esordio uno dei più giovani e brillanti talenti della letteratura statunitense, tenuto per la cerimonia delle lauree al Kenyon College il 21 maggio 2005. In esso, lo scrittore spiega al pubblico dei neolaureati il valore dell'educazione e della cultura umanistiche.
La sera del 12 settembre 2008, Foster Wallace venne trovato impiccato. Sui motivi di tale gesto, si sono fatte le ipotesi più diverse. Di certo, lo scrittore soffriva di depressione. Vorrei comunque riproporre questo discorso, così elevato, profondo, ricco; anche se tragicamente smentito nei fatti dal suo stesso autore, questo testo è una delle riflessioni più acute e intense sul valore dell'umanesimo nel mondo d'oggi. Dedicato a tutti coloro che non hanno ceduto al mito della 'carriera', del successo e del denaro, scegliendo coraggiosamente di assecondare le proprie passioni e di studiare lettere, storia, archeologia, arte, filosofia in un periodo in cui tutte queste discipline vengono marginalizzate, nel nome della tecnica e del mercato.

«Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college.
Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”.
È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole.
L’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato della vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.
Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare.

Ecco una piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”

È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tollerenza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso.

Questo episodio è una parte di ciò che vuole realmente significare 'insegnarmi a pensare'. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati.
Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali. Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritte come “ben adattate”, che credo non sia un termine casuale.
Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me.
Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento).

Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintentico per esprimere un’idea molto piu significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.
E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando.

Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università. Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc.

A tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto.
Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori (attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…). E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via.
Avete capito l’idea. Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero.

In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi leggitimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada. Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia.
Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia. Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa. Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare.
Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno.

Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare - sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici - è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana.
Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base. Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo. E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificani e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.
Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”
È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.
Auguro a tutti una grossa dose di fortuna».

Lascia il tuo commento:

I CONFINI DELL'INFINITO - Parte III e ultima

sabato 30 aprile 2011

Ci eravamo lasciati sul «ove per poco il cor non si spaura», ossia sul sentimento di impotenza di fronte all'infinito. Vediamo come continua e finisce l'idillio di Leopardi:

[...] E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Dopo l'iniziale sentimento di paura di fronte all'ignoto, il poeta abbandona ogni inquietudine, gettandosi completamente nelle braccia di quell'infinito che è pura creazione artistica, pura idea partorita dalla sua mente, pura costruzione intellettuale. Ma andiamo con ordine.
«Come», è opportuno dirlo, è usato in senso temporale, con il valore di «non appena»: nel momento stesso in cui Leopardi percepisce lo stormire del vento fra le piante, scatta il paragone fra questo suono e «l'infinito silenzio» degli spazi senza limite. Similitudine curiosa, mai adeguatamente spiegata a mio avviso: perché mai un rumore, per quanto piacevole, dovrebbe essere paragonato al silenzio assoluto? La risposta è tutt'altro che facile. C'è però un brano dello Zibaldone (una enorme raccolta di appunti e pensieri che Leopardi ha confezionato per tutta la vita), il n. 4418, che può aiutarci: «All'uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi il suono d'una campana; e nel tempo stesso coll'immaginazione vedrà  un'altra torre, un'altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione». Se è così, allora non dobbiamo porci troppe domande: lo stormire delle fronde mosse dal vento, per una mente come quella leopardiana, doveva per forza richiamare l'infinito. Il suono dolce delle foglie, a pensarci bene, è effettivamente quello che meglio predispone all'immaginazione: perché Leopardi, non dimentichiamocelo, sta fingendo, ossia creando ad arte, il suo personale "infinito".
Si potrebbe scrivere un trattato sul significato del verbo «mi sovvien», che non è «mi ricordo», come potremmo pensare, bensì «mi viene alla mente»: c'è un senso concreto, fisico, palpabile del movimento dei pensieri. In questo flusso della mente, Leopardi medita sull'eternità (l'eterno), sulle epoche cancellate dalla storia (le morte stagioni) e su quella che egli sta vivendo (e la presente e viva), di cui è partecipe proprio perché ne percepisce il suono (e il suon di lei): il suono di quel vento fra gli alberi che, appunto, lo porta ad immaginare l'infinito, ma anche il suono del suo cuore, con i battiti che testimoniano il pulsare della vita. Quanta profondità, quanta potenza d'intelletto in questi pochi versi, quanta filosofia: sembra tutto così piano e limpido, e invece dietro ci sono foreste di libri divorati avidamente!
Gli ultimi tre versi della poesia sono, forse, i più belli di tutta la letteratura italiana. Rileggiamoli:

[...] Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

L'infinito, pura creazione mentale di Leopardi, è il mare in cui il poeta si abbandona ad un dolce naufragio: perché nulla è più sublime del perdersi in una dimensione senza tempo e senza spazio. Almeno con il pensiero. Almeno con l'illusione. Almeno con l'arte.

P.S.

Per visitare casa Leopardi, a Recanati, potete consultare il sito http://www.giacomoleopardi.it/.

Casa Leopardi a Recanati

Lascia il tuo commento:

I CONFINI DELL'INFINITO - II parte (...ruberia nel passato)

domenica 6 marzo 2011

Dicevo, la puntata precedente, che l'uomo non ha la cognizione dell'infinito: egli nasce, vive e muore, e così tutta la realtà che lo circonda. Fine spaziale e fine temporale, vorrei precisarlo, sono la stessa cosa: spazio e tempo, ce l'ha insegnato Einstein, sono due facce della stessa medaglia.
All'idea di infinito fanno riferimento parole e concetti che indicano, nei loro diversi significati, una totale mancanza di legami con qualsivoglia limite. Per le religioni monoteiste, infinito è quindi Dio: si capisce, allora, il divieto di rappresentazione pittorica dell'Onnipotente, tipico dell'ebraismo, dell'Islam e di molte confessioni cristiane. Un divieto che nasce per motivi dottrinali, ma che rivela una coerenza interna perfetta: come si può raffigurare in un quadro un essere senza tempo e senza spazio?
Il cattolicesimo fa eccezione. Per noi cattolici, Dio è quel vecchio che sfiora, con un tocco divenuto leggendario, il dito di Adamo nella Cappella Sistina affrescata da Michelangelo [fig. 1], nonché l'anziano che accoglie Maria mentre ascende ai cieli nell'Assunta di Tiziano, conservata nella chiesa veneziana dei Frari [fig. 2]. Un assurdo logico, ma l'arte può concedersi simili licenze, per non dire che deve concedersele: il vero artista è in competizione proprio con Dio, perché il vero artista è un novello creatore.

Leopardi non era né un pittore né un uomo di fede, ma i sui quindici, celebri versi si nutrono della medesima contraddizione. Il poeta si trovò a fare i conti con una sfida difficilissima: calare nel mondo finito... l'infinito, plasmandolo con i suoi versi, come Michelangelo e Tiziano avevano fatto con i pennelli. Il risultato? Vediamolo assieme.

Sempre caro mi fu quest'ermo colle
e questa siepe...

In una realtà in cui esistono il tempo e lo spazio, "sempre" indica una condizione di continuità assoluta a partire dalla nascita di questa stessa realtà. È proprio questo il caso di Leopardi, per il quale il colle di fronte alla sua casa è caro da quando ne ha memoria: il suo sempre è quello di un essere finito, mortale. Proviamo, però, a togliere da questi versi il pronome mi:

Sempre caro fu quest'ermo colle
e questa siepe...

Improvvisamente, l'effetto che percepiamo è completamente diverso: l'incipitario sempre si trasforma, per indicare una dimensione enormemente dilatata. L'ermo colle e la siepe, senza il termine mi, diventano cari a tutti e in tutte le epoche. Non siamo ancora nell'infinito, perché l'aggettivo caro rimanda comunque a un sentimento mortale, ma poco ci manca: siamo precipitati all'inizio della storia umana. Alla faccia di chi usa i pronomi personali con leggerezza!
Per completezza d'informazione, il colle a cui fa riferimento Leopardi è il monte Tabor: in fig. 3, potete ammirarne una parte, con tanto di Passator Cortese in bella mostra... Impossibile ritrovare, invece, la siepe della nostra lirica (né ha senso cercarla). Una sola cosa sappiamo: reale o no che fosse, la siepe ostruiva al poeta la vista del panorama circostante.

...che da tanta parte
de l'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Nei commenti accademici all'Infinito, la creazione leopardiana ultimo orizzonte è quasi sempre data per scontata: per me, invece, è uno dei momenti più alti e geniali di tutto l'idillio. Riflettiamo: come fa l'orizzonte a NON essere ultimo? Ma qui l'aggettivo è usato nel suo significato latino: ultimus, nella lingua dei Cesari, è ciò che sta al massimo grado di lontananza, al di la del quale non è possibile andare. È l'estremo limite, superato il quale... c'è l'ignoto. Non plus ultra, «non più oltre»: questa era la scritta che correva lungo le mitiche Colonne d'Ercole, al di là delle quali non si poteva andare, pena la morte. Ebbene: ultra e ultimus hanno la stessa radice. L'ultimo orizzonte leopardiano, dunque, è l'orizzonte che all'uomo, essere finito e mortale, non è concesso di varcare: molto più di una semplice linea che, al termine del paesaggio, separa la terra dal cielo, l'ultimo orizzonte leopardiano separa il mondo finito... dall'infinito, nel quale il poeta sta per tuffarsi.

Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura.

Scherzando, potremmo dire che, per nostra fortuna, i giardinieri di casa Leopardi lasciavano le piante piuttosto alte: dobbiamo a quella siepe che da tanta parte / de l'ultimo orizzonte il guardo esclude il cuore, l'idea, l'essenza stessa di questa magnifica poesia... Perché è grazie a quell'impedimento visivo che il giovane Giacomo ha potuto mettere in moto quella proprietà delle mente di cui egli era un campione assoluto: l'immaginazione.
Il gerundio mirando, che segue un placido e solenne sedendo, è un altro di quei vocaboli che funzionano su più livelli. In italiano, mirare può voler dire più cose: puntare il proprio sguardo verso un punto preciso, magari con l'ausilio di uno strumento di precisione, oppure contemplare, osservare con ammirazione e godimento, ma anche tendere ad un fine ben preciso. Quale di questi significati è stato adottato da Leopardi? Forse, nessuno dei tre. Forse la soluzione sta, ancora una volta, nell'etimologia latina del termine. Miror, all'origine del verbo italiano, indica l'osservazione della realtà con occhi stupiti; mirabilia, da cui il nostro meraviglia, letteralmente sono "le cose che devono essere ammirate", nei confronti delle quali ci si deve sorprendere, rimanere stupefatti; idem dicasi per miraculum, il prodigio che lascia tutti a bocca aperta. Dunque, il mirando leopardiano sarà da interpretare come «meravigliandomi di ciò che vedo», dove la visione sarà unicamente mentale, immaginata, non reale. Perché gli interminati spazi, i sovrumani silenzi e la profondissima quiete (un'infilata di immagini eteree, fuori dal tempo e dallo spazio: ci sembra quasi di fluttuare nel cosmo) sono pura invenzione del poeta:

io nel pensier mi fingo

Dobbiamo ricorrere nuovamente al latino per capire fino in fondo la complessità filosofica di questo verso straordinario, che va ben al di là del semplice "far finta nella mia testa". Fingere, nella Roma antica, era l'operazione che ogni giorno facevano i vasai, i panettieri, gli scultori, gli architetti, gli orafi e tutti coloro che si trovavano ad agire con le mani: in poche parole, "modellare", "dare forma a qualcosa", "plasmare"... vasi, pane, statue, palazzi o gioielli che fossero. Mentalità pratica, quella dei Romani: per loro, l'arte era sostanzialmente un fatto manuale. Leopardi, che vive nel pieno della temperie del Romanticismo, quando si voleva far passare l'idea che la poesia fosse solo un prodotto appassionato dell'ispirazione momentanea, recupera il concetto di arte "alla romana": gli interminati spazi, i sovrumani silenzi e la profondissima quiete sono modellati dalla forza del suo pensiero creativo, frutto di lunghi anni di apprendistato poetico, come un garzone nella bottega del sommo artigiano. I tre frammenti dell'infinito leopardiano sono come argilla per un vasaio, farina per un panettiere, edifici per un architetto, oro per un orefice: sono materia grezza che la mente del poeta plasma fino a renderli vivi. Se per dar vita a un vaso, una pagnotta, una basilica e un gioiello bastano le mani, per dar vita all'infinito basta il pensiero. Purché sia quello di un maestro. Un maestro che sappia rendere una finzione artistica più vera del vero: ed ecco che fra interminati spazi, sovrumani silenzi, e profondissima quiete accade che per poco il cor non si spaura. È la paura dell'infinito, appunto: la paura di ciò che non ci compete. Noi, invece, godiamo di questa meraviglia: e continueremo a farlo nella terza puntata (dovevano essere due... scusate, ma non riesco a contenermi!).

Figura 1
Figura 2
Figura 3

Lascia il tuo commento:

I CONFINI DELL'INFINITO - I parte (...ruberia nel passato)

Ritratto di Giacomo Leopardi
domenica 30 gennaio 2011

L'uomo è un essere finito: nasce, vive, muore. Le cose che lo circondano hanno una fine: la Terra stessa è nata e prima o poi morirà. Così come il Sole, che secondo gli scienziati attualmente è proprio a metà della sua esistenza.
A questa dimensione di finitezza l'uomo si è ribellato dal giorno stesso in cui ha visto per la prima volta il suo simile morire: anche per questo sono nate le religioni, che concedono sempre, nelle maniere più diverse, una "continuazione" dell'esistenza sotto altre forme. Ma anche per questo è nata l'arte, un ottimo mezzo per eternare una parte di se stessi: «Non omnis moriar», «Non morirò del tutto» diceva il poeta latino Orazio riferendosi all'immortalità dei suoi versi. L'aveva capito perfettamente anche il protagonista di questa nuova "ruberia nel passato": Giacomo Leopardi (1798 - 1837), il mio autore preferito in assoluto.

Ho avuto la fortuna di visitare, lo scorso aprile, la casa natale del poeta a Recanati: un'esperienza emozionante come poche. Accompagnati da una giovane e bravissima guida, Alessandro Morlacco ed io siamo stati condotti attraverso le stanze del palazzo, abitato ancora oggi dai discendenti. La cosa che colpisce, anche ad una semplice occhiata, è il numero veramente impressionante di libri: oltre 20.000, quasi tutti raccolti da Monaldo Leopardi, padre del futuro poeta.
Allegro, spensierato e intelligentissimo: questo era il piccolo Giacomo, ben lontano dall'immagine scolastica che ce lo dipinge triste e represso. Nelle testimonianze dei suoi precettori, emerge un ragazzino pieno di vita e di energie, a tratti indisciplinato, talvolta addirittura indomabile. Consapevole delle sue doti intellettive strepitose, teneva testa ai suoi maestri fino a quando, all'età di dieci anni, si trovò costretto a congedarli: non avevano più nulla da insegnargli... Cominciarono allora quei celeberrimi «sette anni di studio matto e disperatissimo» in cui il giovane Leopardi si rinchiuse nella biblioteca paterna, a contatto con libri di tutti i generi e di tutte le lingue: senza averli mai parlati, imparò perfettamente francese, inglese, tedesco, ricavandone la grammatica dalla semplice lettura in lingua originale. Perfezionò lo studio del latino e del greco antico, si cimentò con successo nell'ebraico e arrivò persino a comporre delle opere di erudizione filologica che stupirono il mondo. Aveva quindici anni quando realizzò la Storia dell'astronomia, diciassette quando diede alla luce il bellissimo (lettura consigliata!) Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, diciotto quando terminò la prima e ancora oggi unica monografia sullo scrittore più dimenticato di tutta la letteratura greca, tal Giulio Africano (di cui, destino bizzarro, mi sono occupato anch'io all'università), più o meno la stessa età quando videro la luce le sue splendide traduzioni di parti omeriche, odi di Orazio e soprattutto del II libro dell'Eneide di Virgilio. Nel frattempo, si era anche dilettato nella creazione di sonetti, epigrammi, canzonette e persino tragedie: una massa enorme di componimenti ancora in gran parte inediti, ancora tutti da studiare per essere oggetto di tesi o pubblicazione.

Poi, fra il 1815 e il 1816, si verificò un cambiamento radicale: Leopardi stesso ci parla di una conversione «dall'erudizione al bello». Dopo anni di filologia geniale, ma senz'altro arida, l'ormai maggiorenne Giacomo si buttò a capofitto nelle grandi letture, quelle che gli spalancarono le porte dell'arte somma: Omero, Orazio, Virgilio, Dante, fino ai moderni come Alfieri, Foscolo, Goethe, per arrivare al contemporaneo Romanticismo europeo. A Recanati, però, la vita per un ragazzo come lui era impossibile: il «natio borgo selvaggio» non offriva nulla ai suoi orizzonti culturali, né era sufficiente l'amicizia a distanza, tramite un ricco epistolario, con il grande intellettuale Pietro Giordani. Nel 1819, Leopardi tentò allora la fuga dalla casa paterna, ma venne scoperto a causa della soffiata di un vetturino: tradito dai conoscenti e disperato per l'insuccesso, iniziò a chiudersi in una «nera, orrenda e barbara malinconia», come ricorda lo stesso poeta. Ed ecco la seconda svolta: la conversione «dal bello al vero», il passaggio dall'estetica alla filosofia morale, dalla poesia immaginativa alla poesia nutrita di pensiero. Fu allora che cominciò a delinearsi il famoso "pessimismo" leopardiano (spesso frainteso e banalizzato), ossia la consapevolezza della finitezza dell'uomo, della sua sostanziale impossibilità di raggiungere una vita felice: l'uomo è alla ricerca del piacere infinito, ma tale dimensione gli è ovviamente preclusa, ed è per questo che egli vive in una insoddisfazione perpetua, in una continua brama di ciò che non gli spetta.

Avrò modo di tornare sul discorso, ma per adesso ci basti sapere quanto ho scritto; perché è proprio in questo contesto di vita e di pensiero che Leopardi, nel 1819, rielabora poeticamente il suo groviglio interiore e consegna alla storia della letteratura la poesia più famosa e studiata dell'intera letteratura italiana: L'infinito.
Quindici versi: sono bastati quindici versi per trasformare Giacomo Leopardi in Giacomo Leopardi. Per proiettarlo in quella dimensione dove siedono solo i Grandi. Purtroppo, la scuola - con lodevoli eccezioni - ha trasformato un capolavoro dell'umanità intera in una specie di sfogo emotivo del poeta momentaneamente in deroga alle sue lagne pessimistiche; allo stesso modo, una certa tradizione accademica e universitaria ha finito per sezionare il testo come un anatomista con il cadavere, perdendo di vista il senso finale dell'opera e, in ultima analisi, la sua bellezza ineguagliabile.
Per quanto mi riguarda, non vi tedierò con discorsi di ampollosa critica letteraria: cercherò solo di guardare L'infinito con occhi diversi, liberi da condizionamenti. Perché ciò sia possibile, vi esorto a compiere un'operazione molto semplice: leggere i versi riportati qui sotto. Leggerli come se fossero a voi completamente ignoti, come se li vedeste per la prima volta; assaporatene le parole e lasciate che la vostra immaginazione voli. Infine, fatevi cullare dalle voci dei grandi attori italiani che si sono cimentati con l'interpretazione dei versi leopardiani: Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi, Nando Gazzolo, Arnoldo Foà. Per non parlare della simpatica sorpresa finale...
Per i dettagli, ci si rivede su questi schermi nella prossima puntata!

L'INFINITO

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir fra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Vittorio Gassman, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi, Nando Gazzolo, Arnoldo Foà ... e Dustin Hoffman.

Flash is required!
Flash is required!
Flash is required!
Flash is required!
Flash is required!
Flash is required!

Lascia il tuo commento

BUON ANNO CON OVIDIO!

Busto di Giano bifronte - Roma, Musei Vaticani
giovedì 30 dicembre 2010

Si dice ancora oggi: «Si chiude un anno e se ne apre un altro». Non ce ne rendiamo conto, ma questa espressione ha una storia ben precisa, che affonda le sue radici - ancora una volta - nell'epoca romana.

Gennaio deriva da Ianuarius, ossia il mese dedicato a Ianus, Giano, il famoso dio "bifronte": bifronte perché il suo compito era guardare contemporaneamente le persone (sulle quali vegliare benignamente) e le divinità familiari chiamate Lari, ma allo stesso tempo scrutare l'Oriente e l'Occidente, ossia la nascita e la morte del sole e, di conseguenza, il passato e il futuro. Per questo, a Giano fu consacrato il rito della chiusura del vecchio anno e dell'apertura di quello nuovo: chiusura e apertura che diventano anche gesti fisici, concreti, in quanto Ianus deriva a sua volta da ianua, la porta sacra dei templi. Egli è dunque il "dio della porta": colui che apre e chiude i battenti, fisicamente e simbolicamente; colui che si occupa di serrare e disserrare persino i cancelli celesti.
A raccontarci tutte queste curiosità è, fra gli altri autori del mondo antico, un poeta di valore straordinario, forse il più grande creatore di versi che l'umanità abbia mai generato: Ovidio, vissuto a cavallo fra I sec. a.C. e I sec. d.C. In una sua opera rimasta incompiuta e chiamata Fasti, Ovidio ripercorre poeticamente la mitologia e la storia di Roma attraverso le ricorrenze (dette per l'appunto fasti) del suo calendario: la narrazione non può non partire, dunque, dai riti del mese Ianuarius. Perché ciò sia possibile, il poeta invoca così l'apparizione del dio Giano (vi riporto sia il testo latino sia la mia traduzione, con alcune note):

Fasti, libro primo, vv. 63 - 88

 Ecce tibi faustum, Germanice, nuntiat annum

   inque meo primum carmine Ianus adest.

Iane biceps, anni tacite labentis origo,

   solus de superis qui tua terga vides,

dexter ades ducibus quorum secura labore

   otia terra ferax, otia pontus habet.

Dexter ades patribusque tuis populoque Quirini

   et resera nutu candida templa tuo.

Prospera lux oritur: linguis animisque favete!

   Nunc dicenda bona sunt bona verba die.

Lite vacent aures insanaque protinus absint

   iurgia: differ opus, livida turba, tuum.

Cernis odoratis ut luceat ignibus aether

   et sonet accensis spica Cilissa focis?

Flamma nitore suo templorum verberat aurum

   et tremulum summa spargit in aede iubar.

Vestibus intactis Tarpeias itur in arces

   et populus festo concolor ipse suo est.

Iamque novi praeeunt fasces, nova purpura fulget

   et nova conspicuum pondera sentit ebur.

Colla rudes operum praebent ferienda iuvenci

   quos aluit campis herba Falisca suis.

Iuppiter arce sua totum cum spectet in orbem,

   nil nisi Romanum quod tueatur habet.

Salve, laeta dies, meliorque revertere semper,

   a populo rerum digna potente coli!

 

Ecco, o Germanico (1): Giano ti annuncia un anno felice

   e per primo appare nel mio canto.

O Giano bifronte, principio dell'anno che scorre silenzioso,

   tu che solo fra gli dei puoi vedere il tuo dorso,

sii propizio ai nostri generali, grazie ai quali la fertile

   terra vive nella serena pace, e nella stessa il mare.

Sii propizio ai senatori e al popolo di Roma

   e disserra con il tuo solo cenno i candidi templi.

Luce prospera sorge (2): accoglietela benigni nella parola e nell'anima!

   Ora, in questo lieto giorno, bisogna dire liete parole.

Non giungano liti all'orecchio, lontane stiano le folli

   contese: e tu, livida turba, rinvia la tua opera.

Vedi come l'aria risplende di fuochi odorosi

   e la spiga di Cilicia (3) risuona crepitando nelle pire accese?

La fiamma riverbera l'oro dei templi con il suo chiarore

   e sparge vibrante splendore al sommo dei palazzi.

Alla rupe Tarpea si sale con toghe immacolate (4)

   e il popolo si veste di egual colore nella sua festa.

Già avanzano i nuovi fasci (5), nuova porpora rifulge (6)

   e nuovi pesi sopporta il mirabile avorio (7).

I giovenchi non domati che l'erba falisca ha nutrito (8)

   nei suoi campi offrono il collo al sacrificio.

Intanto Giove dall'alto della sua reggia ammira il mondo intero

   e non v'è cosa che veda se non romana.

Salve, giorno felice, ritorna sempre migliore,

   degno di essere onorato dal popolo che domina il pianeta.

 

1 [Germanico era un generale d'epoca augustea]

2 [luce nel senso di giorno: è il 1 gennaio]

3 [il croco di Cilicia era molto gradito per unguenti e profumi]

4 [processione per l'ingresso in carica dei magistrati, ogni 1 gennaio]

5 [il fascio littorio è simbolo di giustizia e potere]

6 [è la porpora delle vesti dei nuovi magistrati]

7 [ossia: nuovi magistrati siedono sui troni d'avorio]

8 [a Faleri ("falisco" è l'aggettivo di luogo), oggi Civita Castellana, i buoi avevano il pelo bianco grazie alla particolare erba della zona]

L'Italia non domina più il mondo dai tempi di Roma antica: siamo persino diventati allergici all'imperialismo, per fortuna. Per secoli, però, abbiamo guidato l'Occidente (e non solo) a livello culturale: come ho già avuto modo di scrivere, nessun intellettuale degno di questo nome poteva rinunciare a un viaggio nella terra di Dante, Petrarca, Giotto, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Palladio, Caravaggio, Canova, Leopardi, Verdi, Puccini. Qualche mese fa, uno dei principali accademici di Francia lanciò un appello in un convegno promosso dalla Fondazione Farefuturo: «Il mondo ha bisogno dell'Italia». Era sottinteso, in questo messaggio, un invito a scuoterci dal torpore che ci ha avvolto negli ultimi anni: anni di grandi fratelli (televisivi e anche orwelliani... e chi deve capire capirà), di pupe e secchioni, di fattorie e isole dei famosi, di escort e trans, di cocaina e fabrizi corona, di alfonsi signorini e furbetti del quartierino, di marie de filippi e ministri inqualificabili.
Non mi illudo che il 2011 sarà l'anno della riscossa, ma una speranza, quella sì, concedetemela. Fra pochi giorni, cominceranno le celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia: sfruttiamo questa occasione per fermarci, almeno un giorno, a meditare sul passato, il presente e il futuro di questo paese. Per riscoprire la storia di chi ha creduto nel sogno unitario, di chi per quel sogno ha dato la vita (senza dimenticare l'onore, le ragioni e la dignità di chi stava dalla parte opposta). Forse, da questa rinnovata presa di coscienza, potrà rinascere un barlume di civiltà.

Prospera lux oritur: linguis animisque favete!

«Luce prospera sorge: accoglietela benigni nella parola e nell'anima!»

Che l'augurio di Ovidio possa estendersi a tutti voi... e al paese intero.

Buon anno nuovo!

P.S.

Al cinema è passato quasi inosservato. Quando uscirà il dvd, però, non perdetevi Noi credevamo, film capolavoro sul Risorgimento, sulle sue speranze tradite, su cosa avremmo potuto essere e cosa ancora non siamo. Sull'Italia di ieri, ma in fondo su quella di oggi.

Flash is required!

Lascia il tuo commento

NOTTE IN ITALIA

Clicca sull'immagine per ingrandirla
lunedì 1 novembre 2010

«Trieste ha una scontrosa grazia» diceva Umberto Saba: credo se ne siano accorti il fratello e gli amici della mia coinquilina francese, rimasti per qualche giorno nel nostro appartamento come graditissimi ospiti. Perché Trieste è splendida, ma spesso non offre vita facile: si pensi alla bora, che tanto ha colpito (in tutti i sensi) gli amici della Francia!
Questo celebre vento, che arriva da Est-Nord-Est e soffia molte volte all'anno, è un'ingrediente fondamentale della città giuliana: le dà quel tocco inconfondibile che la rende unica. «Scontrosa grazia», appunto: prendere o lasciare. Chi prende, trova un luogo dell'anima dove il mare si unisce all'altopiano (di qui la sua particolare cucina "mari e monti"), dove sono nati e passati grandi artisti e scrittori, dove si beve un caffè impareggiabile (fra l'altro all'interno di locali d'epoca molto suggestivi), dove la Mitteleuropa si sposa con la romanità e la tipica essenza medievale dell'Italia. E dove, per l'appunto, soffia impetuoso e affascinante un vento, direbbe Ivano Fossati, «che sa di lontano e che ci prende la testa».

Ivano Fossati (ah, già, dimenticavo: in questo articolo salterò di palo in frasca, però con una logica...) è uno dei miei cantautori preferiti: è lui che sta dietro a metà della buona musica italiana degli ultimi trent'anni. Suoi sono i testi di molte canzoni portate alla celebrità da Fiorella Mannoia, Mia Martini, persino Fabrizio De André, senza contare le perle che ci ha regalato di persona. Fra queste ce n'è una che mi è particolarmente cara: Notte in Italia.
La scena si apre con una strofa folgorante: «È una notte in Italia che vedi, / questo taglio di luna / freddo come una lama qualunque / e grande come la nostra fortuna. / È la fortuna di vivere adesso / questo tempo sbandato, / questa notte che corre / e il futuro che arriva... / chissà se ha fiato». Bastano i primi due versi per proiettarci immediatamente nel racconto: non sappiamo che paesaggio avesse in mente Fossati, ma è un'informazione inutile, perché subito ci troviamo anche noi nel pieno di una notte italiana. In una di quelle notti che tutte le persone del mondo, una volta nella vita, vorrebbero vivere: perché l'Italia è pur sempre la terra del Viaggio, quello con la V maiuscola. Quello dopo il quale un uomo, come diceva Goethe, diventa veramente un uomo. Noi Italiani, purtroppo, ce ne siamo dimenticati. Sarà che siamo ostaggio delle mafie più potenti e infami; sarà che siamo paralizzati in un eterno scontro di tutti contro tutti; sarà che siamo incapaci di fare squadra (anche in senso calcistico, se è vero che un politico ribattezzato col nome di un pesce - tutta la mia solidarietà al pesce in questione per il paragone squalificante nei suoi confronti - ha esplicitamente dichiarato di non tifare per la nazionale di un paese "straniero"; il suddetto, per inciso, è pagato con le tasse di tutti noi, tasse che di straniero non hanno alcunché). Sarà questo... e anche altro: fatto sta che siamo stati meglio, che abbiamo avuto maggior amor proprio, che anni fa eravamo più felici. Siamo immersi nel «tempo sbandato» di cui parla Fossati.

O forse no? Forse l'Italia è sempre stata così. Divisa per millecinquecento anni, l'Italia era già agli occhi di Dante una terra «[...] di dolore ostello, / nave sanza nocchiero in gran tempesta, / non donna di provincie ma bordello», e credo non sia necessaria alcuna parafrasi. Francesco Petrarca, dal canto suo, si lanciava in un'invocazione alle decine di principi, conti, duchi, marchesi e signorotti vari del Belpaese (definizione che ha coniato proprio lui) per chiedere che si ribellassero alla presenza, sul sacro suolo che era stato dei Cesari, delle truppe mercenarie tedesche: «Virtù contra furor prenderà l'arme: / e fia el combatter corto / ché l'antico valor, negli italici cor, / non è ancor morto». Versi eccezionali che saranno ripresi da Niccolò Machiavelli in conclusione del suo De principatu, molto più noto come Il principe: e con lui, con questo superbo letterato avvilito per le tristi sorti del nostro paese, siamo già nel Cinquecento. Poi arrivano l'Inquisizione, l'abiura di Galileo e l'urlo di libertà lanciato da Giordano Bruno fra le fiamme. Quindi giungiamo al Seicento e all'Italia spartita da Spagnoli, Austriaci e Stato della Chiesa. In un attimo siamo già nel Settecento, epoca di immobilismo completo, e ai primi decenni dell'Ottocento, quando Giacomo Leopardi, nel suo Dialogo sopra la situazione presente dei costumi degli Italiani, ci sbatte in faccia un ritratto impietoso di una nazione allo sfascio morale e intellettuale. Poi, da non credere, qualcosa si muove: nel giro di pochi decenni abbiamo il nostro Risorgimento e, finalmente, passiamo da nazione a stato (Roma arriverà nel 1870, Trento e Trieste mancheranno all'appello fino al 1918). L'onorevole Massimo D'Azeglio, però, vede lungo e avverte: «Fatta l'Italia, ora bisogna fare gli Italiani». E ancora oggi, dopo le rivolte contadine del Sud represse ferocemente nel sangue, dopo l'analfabetismo dilagante, dopo la trasformazione della mafia da avversaria del potere costituito a sua alleata, dopo l'avventura di Libia  (a vedere certi spettacoli odierni con Gheddafi protagonista viene da chiedersi, col senno di poi, se era davvero il caso di conquistarla), dopo la Prima Guerra Mondiale, Caporetto, la vittoria mutilata, il ventennio fascista, le leggi razziali, la Seconda Guerra Mondiale, la guerra civile, le foibe, il terrorismo, gli anni di piombo, Tangentopoli, la morte della Prima Repubblica e la nascita della Seconda (che per nostra disgrazia è quella che stiamo vivendo tuttora), la frase di D'Azeglio suona ancora profetica e attualissima.

La notizia è che, nonostante tutto questo, siamo una delle nazioni più ricche del mondo e, soprattutto, abbiamo prodotto circa il 70% del patrimonio artistico mondiale. Mentre gli altri paesi europei si davano da fare nello scacchiere della storia, noi preferivamo affrescare il duomo di Assisi (Giotto: sì, proprio quello delle matite!), inventare il Rinascimento a Firenze, dipingere la Cappella Sistina, trasformare Venezia in un luogo semplicemente incredibile, regalare al mondo Leonardo da Vinci, proporre il gusto di Andrea Palladio come modello universale (e chi ha costruito la Casa Bianca ha capito la lezione), puntare tutto sul giovanissimo Raffaello (mai intuizione fu più geniale), affidare a quell'ubriacone assassino di Caravaggio le commissioni di quadri destinati alla leggenda, assistere alla sfida fra Bernini e Borromini, innalzare San Pietro, regalare alla pittura la luce di Tiepolo e alla scultura la grazia di Canova... fino ad arrivare al Novecento.
Ragionando con una mentalità aziendale, si potrebbe dire che abbiamo perso tempo dietro a cose inutili: chissà perché, però, gli stranieri ci invidiano tanto e giungono da ogni parte del mondo per sorbirsi eroicamente le nostre file chilometriche all'ingresso dei musei. Facile: perché l'inutile, il bello superfluo, il fine a se stesso sono gli unici ingredienti che rendono unica la nostra vita. Cantare? Non ha alcun fine pratico. E infatti noi Italiani, maestri del cazzeggio, ne abbiamo fatto un'arte, creando l'opera lirica grazie a Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, Mascagni, Puccini etc. Lo studio del latino e del greco antico? Ancora più inutile; neanche a dirlo, gli studi umanistici moderni sono una creazione tutta italiana. Pregare? Non penseremo mica che serva a qualcosa, oggi che abbiamo la scienza, suvvia! Guarda caso, ogni centimetro quadro di terra italica ha una chiesa.

Chi oggi afferma che i teatri dovrebbero sostenersi da soli, che è arrivato il tempo di togliere il latino da Lettere e di confinare il greco a pochi alieni, che i ceri delle chiese, millenario simbolo di pietas con cui i fedeli ricordano la grazia ricevuta, vadano sostituiti da quegli orrendi lumini ad energia elettrica, non ha torto dal punto di vista economico (forse): ce l'ha dal punto di vista esistenziale, perché ci toglie una tessera fondamentale di quel mosaico che ci ostiniamo a definire "vita". Ci uccide nello spirito. Ci annienta nel nostro essere uomini. L'Italia, inetta e incapace in vari campi, ha avuto un ruolo dalla storia: rendere più bella la vita su questa terra attraverso la cultura. Sacrificarla per lasciare spazio a cose più «urgenti» significa odiare questo paese, che invece merita il nostro amore. Senza retorica.

Di amore nei confronti dell'Italia c'era davvero tanto negli occhi dei simpatici ospiti francesi, rimasti a casa mia quasi una settimana. Hanno visitato Trieste e poi sono andati a Venezia (subito definita da due di loro «la città più bella del mondo»); prima di congedarci, però, ho voluto preparare per loro una cena. Montasio, San Daniele, olive nere, tagliatelle fresche al ragù (opera mia sia la pasta all'uovo sia il sugo, scusate la precisazione) e dolcetti vari, il tutto accompagnato dallo Schioppettino e, per il dessert, dal Ramandolo. No, non voglio sfoggiare nulla: voglio solo farvi capire quanto ci tenevo nel rendere onore a quel senso dell'ospitalità per il quale l'Italia è celebrata. Ebbene: non sta a me dire se la cena sia stata buona o no, ma vi posso assicurare che i volti dei commensali erano molto eloquenti... E così, fra un calice e l'altro, abbiamo riso, scherzato, dialogato più o meno in tutte le lingue europee: inglese, italiano, francese, spagnolo, tedesco, fino al linguaggio dei segni inventato sul momento... La sera successiva, cena francese preparata dagli ospiti: e via, allora, con un magnifico boeuf bourguignon (stufato di manzo) e una memorabile tarte tatin (una tipica torta di mele). E giù di nuovo risate, racconti, scambi di idee, confronti inevitabili fra "cosa succede in Italia" e "cosa succede in Francia". Ed è così che fai la scoperta dell'anno: anche gli stranieri si lamentano, e molto, di come vanno le cose nel loro paese. Anche laggiù si tagliano i fondi alla cultura e alla scuola. Anche laggiù la politica è fatta da ladri e ladroni. Mal comune mezzo gaudio? Ovviamente no, che stupidaggine: si deve lavorare per migliorare le cose, sia qui sia altrove. Ma a questo penseremo domani: ora è tempo di goderci, seduti a tavola, questa notte bellissima. Perché, come dice Fossati, «è una notte in Italia che vedi: / questo darsi da fare, / questa musica leggera, / così leggera che ci fa sognare; / questo vento che sa di lontano / e che ci prende la testa; / il vino bevuto e pagato da soli / alla nostra festa».
È una notte in Italia.

Flash is required!

Lascia il tuo commento

LIBERAMENTE LIBRARSI CON I LIBRI Quinta e ultima parte: dalla carta all'e-book

sabato 16 ottobre 2010

Grecia, Roma, Europa, Bisanzio: d'accordo, ma il resto del mondo? Non ho la presunzione di rispondere a questa domanda: questa serie di puntate sulla storia del libro sottintendevano la locuzione "in Occidente". La scrittura non è certo un'invenzione nostra: Cina e India producono libri da svariati millenni, da ben prima di noi, ma le comunicazioni fra Asia ed Europa non sono state mai così intense come oggi, anzi. Per millenni, i due continenti sono stati mondi separati: la seta e le spezie erano gli unici (o quasi) punti di contatto. Questa volta, però, il nostro discorso dovrà partire proprio dalla Cina.
Guardate la fig. 1: è un rotolo, come quelli di papiro che abbiamo imparato a conoscere in queste puntate. Con una sola, sostanziale differenza: non è di papiro... Risale al VII sec. d.C. e riporta, a quanto mi dicono (non so il cinese), un testo legato alla dottrina taoista. D'accordo, ma in che materiale è? Carta, cari lettori. Carta ricavata dagli steli di lino attraverso una lavorazione che si può ammirare al sito http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Making_Paper.gif. In fondo, quella in cellulosa di oggi è solo un perfezionamento.

La carta è un'invenzione cinese che risale a molto prima di Cristo, rimasta per secoli appannaggio esclusivo dei cittadini del Celeste Impero. Poi, nel 751 d.C., si verifica una di quelle classiche circostanze impreviste destinate ad avere effetti enormi: alcuni cinesi prigionieri di guerra del governatore di Bagdad tentano di riscattare la loro libertà insegnando ai carcerieri la fabbricazione della carta... e ci riescono! Il successo di questo nuovo materiale è lento, ma inesorabile: alla fabbrica di Samarcanda, nata quasi per caso, si affiancano quelle di Damasco e Aleppo; da qui, la carta arriva in Egitto, poi in Tunisia, quindi in Marocco... e da lì non si sta tanto a varcare lo stretto di Gibilterra per arrivare nella Spagna Meridionale, stabilmente in mano agli Arabi dalla metà dell'VIII sec; proprio gli Arabi perfezionano le tecniche cinesi e portano la carta nel Sud Italia, da dove partirà per il suo viaggio trionfale in Europa.
Una delle prime cartiere del continente, senz'altro la più antica di cui si ha documentazione ufficiale, fu fondata in un luogo dal nome familiare: ci ricorda gli album da disegno delle elementari... L'avete capito: è Fabriano, nelle Marche, oggi come allora un centro d'eccellenza per la produzione di carta. Almeno fino al Cinquecento l'Italia fu la padrona indiscussa del settore: nel nostro paese venne anche inventata la filigrana, ossia quella particolare immagine o scritta ottenuta con vari procedimenti e visibile in trasparenza, nata come contrassegno per distinguere i prodotti dell'una e dell'altra cartiera. Delizia dei collezionisti, regalo insperato per i filologi (che grazie ad essa, in assenza di altre notizie, possono risalire alla datazione del documento), la filigrana ebbe diffusione in tutta Europa: nel Seicento, in Spagna, si potevano trovare meraviglie come quelle in fig. 2 (l'ho recuperata ancora da Wikipedia).
I primi codici realizzati in carta risalgono, per il greco, al IX secolo (una manciata, comunque), mentre appena al XIII per il latino. Tuttavia, il Medioevo non vide mai una reale concorrenza fra pergamena e carta: la prima ebbe un nettissimo primato almeno fino al Trecento. Poi, però, le cose cambiarono: un ruolo decisivo, da questo punto di vista, ebbe l'invenzione della stampa, su cui tornerò fra poco.

Nella scorsa puntata abbiamo lasciato Francesco Petrarca in preda alla disperazione per non essere riuscito ad imparare il greco. Lo masticava abbastanza, invece, il suo giovane amico Giovanni Boccaccio: era uno dei pochissimi in tutta Europa. Conscio di questo suo privilegio, volle tentare un esperimento: istituire una sorta di piccola accademia in cui apprendere la lingua e la letteratura dell'Ellade, grazie al contributo di monaci calabresi o bizantini. Il tentativo naufragò, ma non fu vano: pochi anni dopo venne ripreso da Coluccio Salutati, uno di quelli che vengono definiti "umanisti".
Il termine umanista nasce per identificare il cultore delle humanae litterae, ossia della letteratura e del sapere che riguardano l'uomo: in questo modo lo si poteva distinguere dall'ecclesiastico che, lo dico con una certa semplificazione, si occupava solamente di Dio. Le lettere "umane", nella visione di questi nuovi uomini di cultura, erano le opere della classicità greca e latina. Appunto: greca e latina. Perché il buon Coluccio Salutati, nel 1398, aveva portato a Firenze un diplomatico bizantino per fargli tenere il primo corso ufficiale di lingua greca in Europa... dai tempi dell'impero romano. Manuele Crisolora, questo il nome del maestro, fu il pioniere della riscoperta della grecità in Occidente: dopo otto-nove secoli di oblio, i grandi scrittori, poeti e filosofi di quel mondo eccelso tornavano a parlare e a parlarci. Non si sottolineerà mai abbastanza l'importanza di quel 1398: a mio avviso, è il primo anno di quello che chiamiamo Rinascimento, già anticipato e suggerito da Francesco Petrarca, nato in Italia e da lì propagatosi in tutto il continente.
Rinascimento, ossia "rinascita": della letteratura, del pensiero, della scienza, delle arti, della cultura. Curiosamente, è un termine inventato dagli stessi intellettuali che ne furono protagonisti: caso più unico che raro di persone perfettamente consapevoli di vivere una nuova era, così consapevoli da darle addirittura un nome. Naturalmente, "Rinascimento" presuppone una polemica con il "Medioevo", che infatti è un termine inventato in quegli stessi anni in segno di disprezzo per un periodo considerato di transizione: un'epoca priva di valore «che sta in mezzo», fra Roma e la loro contemporaneità. Oggi sappiamo che non è vero, ma andate a spiegarlo a questi personaggi straordinari, ai quali del resto si deve perdonare tutto: Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini, Angelo Poliziano, Lorenzo Valla, Marco Musuro, solo per citare i giganti, fino ad arrivare a quel meraviglioso intellettuale che fu Erasmo da Rotterdam. Al primo della lista risale anche la codifica di una scrittura nuova proprio perché ispirata al passato: la littera antiqua, che abbiamo già detto essere una ripresa della minuscola carolingia e, al contempo, l'antenata del moderno Times New Roman. Per farvi un'idea, ammirate il manoscritto autografo di Coluccio in fig. 3, quindi confrontatelo con un libro di oggi: differenze? Poche, davvero poche.
Sarebbe impossibile ricordare l'enorme elenco di opere letterarie latine e greche riscoperte da questi eroi della cultura: nel giro di duecento anni venne costruita la quasi totalità delle nostre attuali conoscenze sul mondo classico. Il Medioevo, con i suoi amanuensi, aveva copiato pazientemente tutto il copiabile: il Rinascimento, con le sue nuove forze, provvide alla divulgazione. Per questo, fra Quattrocento e Cinquecento nacquero le prime biblioteche pubbliche del mondo: neanche a dirlo, l'idea originaria era stata del solito, formidabile Francesco Petrarca quando si trovava a Venezia. Il suo tentativo fallì, ma anche in questo caso aveva visto giusto. Nel 1468, il cardinale bizantino Giovanni Bessarione donò alla Repubblica di Venezia 746 codici medievali, di cui 482 in greco (il più importante è riportato in fig. 4) e 246 in latino, specificando esplicitamente che quei libri dovevano servire «ad communem hominum utilitatem», «per la comune utilità degli uomini»; i Dogi, allora, provvidero a sistemare quel ben di Dio in un luogo degno. Nasceva così la prima biblioteca pubblica dell'era moderna: uno dei tanti primati di quella città straordinaria che è Venezia. L'attuale palazzo della Libreria Marciana (da "Marco", il santo protettore) è comunque successivo: costruito fra 1537 e 1553, è opera dell'architetto Jacopo Sansovino.
Libri, tanti libri: libri richiesti ovunque. La vittoria finale della carta sulla pergamena e l'invenzione della stampa diedero, da questo punto di vista, un contributo tanto insperato quanto fondamentale. A ciò si aggiunse la massiccia migrazione degli intellettuali bizantini (con libri al seguito) in fuga dalla loro ormai ex capitale: il 29 maggio 1453, infatti, i Turchi Ottomani conquistavano Bisanzio, mettendo fine all'impero che era stato il vero erede della romanità d'Oriente.

Con la stampa, invenzione del tedesco Johann Gutenberg, finisce la nostra storia. Il primo libro della storia realizzato a caratteri mobili (anno 1455) fu, neanche a dirlo, il libro: la Bibbia, dal greco biblía, "i libri" per eccellenza. La Bibbia di Gutenberg (fig. 5) segna uno spartiacque netto fra il prima e il dopo: cessa l'attività dei copisti nei conventi, inizia l'età moderna.

Mentre sto scrivendo questo articolo, dagli USA arriva l'e-book, il libro digitale creato apposta per il computer (e sono sufficienti due parole inglesi nel giro di mezza frase per capire chi è che comanda al giorno d'oggi). Sopravviverà quel libro che, dal rotolo di papiro al codice di pergamena fino al volume di carta a stampa, è stato sempre, nonostante i cambiamenti di supporto, un oggetto da toccare, srotolare o sfogliare? Il virtuale vincerà sul materiale? Oppure il futuro ci riserverà un sostanziale pareggio, magari una semplice divisione dei ruoli? Prego ogni giorno affinché tutte le riviste scientifiche che consulto all'Università vengano trasferite su internet, scaricabili in pdf; d'altro canto, inorridisco al pensiero che un mio ipotetico figlio o nipote si ritrovi a leggere l'Orlando Furioso dallo schermo di un palmare. Come andrà a finire? «Lo scopriremo solo vivendo», diceva Lucio Battisti: ed ecco che ritorno al punto in cui era partita questa serie, ossia alla musica come base della trasmissione orale della cultura. Ma questa è un'altra storia, e per il momento di storie ne abbiamo già imparate molte.
Lunga vita a te, caro libro. E lunga vita alla cultura classica, colonna portante assieme al Cristianesimo di quest'Europa che non sa bene dove andare. Aspettando un nuovo Benedetto da Norcia, un nuovo Alcuino, un nuovo Petrarca, un nuovo Rinascimento.

Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4
Figura 5

Lascia il tuo commento

LIBERAMENTE LIBRARSI CON I LIBRI Quarta parte: la fucina del Medioevo e Francesco Petrarca

sabato 25 settembre 2010

Roma, anno 800, notte di Natale: papa Leone III incorona Carlo Magno "imperatore". Dal 476, ossia dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente, nessuno si era più fregiato del titolo di imperator: ora, dopo più di trecento anni, questo onore spetta al re dei Franchi, conquistatore di grandi territori (mezza Italia compresa). Il suo è un impero che, almeno nelle intenzioni, si dichiara esplicitamente erede di quello latino; tuttavia, la religione non è più il politeismo pagano, bensì il Cristianesimo: lo chiameranno, proprio per questo, Sacro Romano Impero. L'incoronazione dell'800, comunque, è solo la ratifica finale di una realtà consolidata già da tempo: il potere di Carlo comprende buona parte del nostro continente, un territorio vastissimo in cui alle direttive politiche si affiancano ben presto quelle culturali, le uniche che tratteremo in questa sede. Già nel 789, dalla corte carolingia esce un editto destinato a imprimere una svolta decisiva nella cultura dell'Occidente: la cosiddetta Admonitio generalis, "Ammonizione generale", compilata da uno dei ministri della cultura di Carlo, il grande Alcuino di York. Come dice il titolo, si tratta di una serie di disposizioni in forma di monito, di "caloroso consiglio" (un modo elegante per coprire una vera e propria imposizione, per fortuna illuminata e saggia): Carlo si rivolge a tutti, ma in particolare a sacerdoti, vescovi e monaci, chiedendo che si comportino in un certo modo e che seguano le sue istruzioni. Una di queste è il capitolo 72,  che riporto nella mia traduzione: «Agli uomini di Chiesa. Anche questo insistentemente chiediamo alla vostra benignità: che i ministri dell’altare del Signore adornino il proprio ruolo di buoni costumi, e così gli altri ordini dell'osservanza canonicale o le congregazioni di regola monastica. Preghiamo loro, dunque, affinché tengano una condotta di vita retta ed esemplare, così come il Signore prescrive nel Vangelo: "Risplenda la vostra luce di fronte agli uomini, in modo che vedano le vostre buone opere e glorifichino il padre vostro che è nei cieli», perché dalla loro buona condotta di vita siano trascinati al servizio di Dio. Inoltre, riuniscano e prendano presso di sé non solo i bimbi di condizione servile, ma anche i figli  dei liberi, cosicché nascano scuole di lettura per i ragazzi in ogni singolo monastero o vescovado, dove si possano apprendere i salmi, le note, il canto, il far di conto, la grammatica e trovare libri canonici accuratamente corretti, poiché spesso, quando alcuni desiderano pregare Dio correttamente, lo pregano male a causa di libri inesatti. Non permettete che i vostri figli ne traggano danno leggendoli o copiandoli: se bisogna copiare un vangelo, un salterio o un messale, lo facciano uomini di età adulta esperti con tutta la diligenza possibile».
Chi mastica un po' di latino e ha voglia di avventurarsi nella paleografia può leggere direttamente dal codice medievale in figg. 1 e 2. Vi esorto a farlo perché, al di là di qualche abbreviazione non sempre intuibile, la scrittura di quel codice è facile da decifrare, ha un che di... familiare: ebbene sì, è l'antenata del nostro carattere tipografico Times New Roman. Comparso per la prima volta sul quotidiano inglese Times il 3 ottobre 1932, il "nuovo romano" altro non è che una rielaborazione della littera antiqua inventata dagli umanisti italiani nel Quattrocento... che a sua volta era una rielaborazione della minuscola inventata alla corte di Carlo Magno! Quando si dice «corsi e ricorsi storici»...
Il futuro si costruisce guardando il passato: una lezione sempre valida. E una lezione che, all'epoca, viene recepita immediatamente: le fondazioni monastiche dedicate alla trasmissione della letteratura latina aumentano vertiginosamente in tutta Europa, mentre quelle già esistenti si rilanciano con grande energia (fig. 3). L'idea che era stata di S. Benedetto da Norcia diventa ora patrimonio universale: di fatto, ciò che non verrà copiato in epoca carolingia e postcarolingia si perderà per sempre, cosa che rende l'idea del lavoro immane compiuto dai monaci amanuensi.

E in Oriente? In Oriente c'è ancora l'impero romano, ma nel frattempo si è trasformato in Bizantino: la lingua ufficiale ritorna ad essere il greco, anche se il latino resta molto importante. Bisanzio è ricca e vivrà altri mille anni, senza contare che nel 553 riuscirà a conquistare metà dell'Italia per poi perderla, pezzo dopo pezzo, nel giro di qualche secolo. Ed è proprio l'Italia, nel Medioevo, l'unico luogo in Europa (o quasi) dove la fiammella della lingua e della letteratura ellenica rimane accesa, sebbene in luoghi estremamente circoscritti. «Graecum est, non legitur», «È greco, non si legge»: una frase divenuta proverbiale che rappresenta bene la conoscenza del greco nell'Europa occidentale dopo la caduta di Roma. Non è così, per fortuna, in Calabria, dove nel 540 viene fondato il monastero di Vivario, presso Squillace: in questo luogo meraviglioso, la trasmissione della filosofia, della poesia e della prosa dei Greci continuerà per lunghissimo tempo. Il promotore dell'iniziativa? Un politico del tempo di gran vaglia: Cassiodoro.
Un altro ponte fra Est e Ovest fu Salerno, dove già dal IX secolo esisteva una prestigiosissima scuola medica. La medicina come scienza, è cosa nota, fu inventata da Ippocrate, filosofo greco del V sec. a.C. (ancora oggi gli studenti di Medicina pronunciano il suo Giuramento): ovvio, quindi, che per esercitare quest'arte servissero le opere degli antichi. Salerno, città di mare e fiorente porto commerciale, vide dunque l'afflusso di medici bizantini e arabi, tutti con i loro libri: in questo contesto multiculturale nacque quella che, per molti studiosi, fu la prima università del mondo. Chi non è d'accordo con questa attribuzione propende comunque per una città italiana: Bologna, dove nel 1081 era già attiva una libera istituzione di docenti e studenti dediti alla conoscenza del diritto romano.
Salerno per la medicina, Bologna per la legge: due esempi replicati in tutta Europa. L'università è forse la più alta invenzione del Medioevo: altro che secoli bui! Naturalmente, dove c'è studio c'è bisogno di libri: ed ecco che ben presto nasce una produzione che nulla c'entra con quella degli amanuensi nei monasteri, una produzione destinata al "commercio", con tutte le virgolette e le cautele del caso (siamo comunque in un'epoca di enorme analfabetismo). Nel XII secolo, la macchina è ormai avviata: la circolazione della cultura si fa sempre più ampia, fino ad arrivare al Trecento, dove incontriamo un altro di quei personaggi che hanno fatto la storia dell'Occidente. Il suo nome è Francesco Petrarca.

Francesco Petrarca è forse il più importante uomo di cultura che l'Europa abbia mai prodotto. Nato ad Arezzo il 20 luglio 1304, figlio del notaio fiorentino in esilio ser Petracco, vive un'infanzia da girovago a causa dell'attività del padre: la famiglia si sposta a Incisa val d'Arno, poi a Pisa, quindi ad Avignone. Come mai laggiù? Semplice: da pochi anni, il papato si è trasferito proprio là (una garanzia di lavoro per il nostro notaio), mentre la sede apostolica di Roma vive la più devastante crisi della sua storia. Ser Petracco è un padre autoritario: vuole una carriera forense anche per il figlio. Perciò, compiuti i dodici anni, lo manda all'Università di Montpellier; quindi, a sedici, spedisce Francesco e suo fratello Gherardo all'Università di Bologna, all'epoca il più prestigioso ateneo per lo studio del diritto civile. Anche se in quei formidabili maestri di legge Petrarca vede gli eredi dei giuristi romani, le sue passioni puntano altrove: Bologna, del resto, è una delle città "madri" della letteratura italiana, poiché nel 1235 ha dato i natali al grande Guido Guinizelli, il precursore di quella maniera poetica che gli studiosi, riprendendo un verso di Dante, definiranno "Dolce stil novo". Le prime poesie di Francesco nascono proprio qui, ma nel 1326 non c'è più tempo per versi e rime: il padre muore e il ventiduenne Petrarca deve ritornare ad Avignone. Fortunatamente, la situazione economica non impensierisce il giovane; i soldi non mancano, perciò può dedicarsi alla sua vera grande passione: la lettura e la ricerca di libri sempre nuovi. L'elenco delle letture compiute nell'arco della sua vita è qualcosa di sbalorditivo, ma ancora più sbalorditivo è il numero di volumi che riuscirà a mettere insieme: oltre trecento. Certo, oggi può apparire qualcosa di assolutamente ordinario: casa Leopardi a Recanati possiede oltre 20.000 tomi... Ma dobbiamo pensare all'Europa del Trecento: la stampa non esiste ancora, i manoscritti sono costosi e richiedono ricerche lunghe e mirate. Ebbene: da queste sue ricerche, Petrarca riesce a scoprire cose straordinarie. A Liegi, in Belgio, recupera un manoscritto con un'orazione di Cicerone dimenticata da chissà quanti secoli: la Difesa di Archia. Anni dopo è la volta di un'altra opera di Cicerone caduta in un secolare oblio: le Epistole ad Attico. Oltre alle vere e proprie scoperte, Francesco compie operazioni di autentica filologia sui testi. Soprattutto, rimette in circolazione opere latine già note, ma assolutamente rare: le elegie del poeta Properzio; il trattato Sull'architettura di Vitruvio (la cui riscoperta sta alla base delle opere di Brunelleschi e Leon Battista Alberti); tutti i 35 libri delle Storie dalla fondazione di Roma di Tito Livio sopravvissuti dall'antichità (ne aveva scritti 142...), sparsi in vari manoscritti riuniti per la prima volta da Petrarca; le odi di Orazio; il trattato L'istituzione dell'oratoria di Quintiliano; persino i geografi romani, che influenzeranno moltissimo Cristoforo Colombo convincendolo ad intraprendere l'avventura a tutti nota.

Petrarca, però, era un sentimentale: nulla gli fu più caro di un codice di pergamena che si fece confezionare a ventun anni. Il manoscritto conteneva l'opera completa di Virgilio (Bucoliche, Georgiche, Eneide) e altre perle della latinità, impreziosito da belle illustrazioni e da una splendida miniatura realizzata anni dopo nella prima pagina da un amico d'eccezione: Simone Martini, il più importante artista del Trecento dopo Giotto. Per ammirare questa meraviglia e saperne di più, rinvio alle figg. 4, 5, 6. La perenne ricerca del sapere, inoltre, spinse Petrarca a cimentarsi con un idioma che, nell'Europa di allora, era quasi sconosciuto: il greco antico, la lingua di quei "grandi classici" come Omero, Aristotele e Platone che tanto bramava di leggere in originale. Perciò, nel 1342 seguì un breve ciclo di lezioni tenute a Roma dal monaco calabrese Baarlam di Seminara: purtroppo, non ne cavò alcunché. Possiamo quindi comprendere la sua disperazione nel momento in cui ricevette dal bizantino Nicola Sigero, evidentemente ottimista riguardo alle capacità d'apprendimento del nostro, un dono tanto magnifico quanto... inutile: un lussuoso manoscritto greco con l'Iliade di Omero [eccolo in fig. 7]. Disperazione che Petrarca non esita a comunicare in una lettera rivolta proprio al Sigero (riporto solo la traduzione italiana dal latino): «Il tuo Omero con me è muto, anzi in verità io sono sordo con lui. Godo tuttavia anche solo a guardarlo e spesso abbracciandolo e sospirando dico: "O grand'uomo, con che desiderio ti ascolterei! Ma delle mie orecchie l'una chiuse la morte, l'altra l'odiosa distanza tra le terre» (Fam. XVIII 2, 10). Ecco, cari lettori: basta una confessione del genere, così sincera e sofferta, per trasformare un algido personaggio da antologia scolastica in una persona. Secoli di incrostazioni critiche hanno trasformato molti scrittori e molti poeti in figure di cui gli studenti, spesso, non riescono a percepire alcunché: una parata di busti da gipsoteca a cui rendere omaggio solo perché lo dice il manuale. Ma poi leggi questa lettera... e improvvisamente Petrarca diventa un uomo, un uomo con la sua umanità, con un gioco di parole per il quale non intendo scusarmi in quanto perfettamente voluto. E subito cogli una personalità umile, assetata di conoscenza, perennemente alla ricerca di qualcosa che non trova: un individuo della modernità, uno di noi. Con la sola differenza che la maggioranza degli spocchiosi intellettuali di oggi fanno di tutto per mascherare certe loro incompetenze, nascondendole dietro tronfie prosopopee nei salotti televisivi.
Petrarca non riuscì mai ad imparare il greco, ma ne capì l'importanza per una formazione culturale completa. Aveva di nuovo colto nel segno, il buon Francesco: ancora una volta aveva anticipato i tempi. E di certo non poteva sapere che la sua intuizione sarebbe divenuta realtà nel 1398: un anno che avrebbe cambiato per sempre il volto dell'Europa. Perché? Lo saprete nella prossima puntata, l'ultima di questa serie.

Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4
Figura 5
Figura 6
Figura 7

Lascia il tuo commento

LIBERAMENTE LIBRARSI CON I LIBRI Terza parte: l'avventura della pergamena

lunedì 6 settembre 2010

480 d.C.: l'impero romano d'Occidente è caduto da quattro anni... e nessuno se n'è accorto. Pochi anni prima, un monaco letterato, Salviano di Marsiglia, ha riassunto perfettamente la situazione nella sua opera De gubernatione Dei ("Il governo di Dio"): pur in mezzo alle invasioni barbariche, la civiltà latina continua a vivere di salotti, feste, bevute e mangiate, ormai noncurante della politica. Roma, dice Salviano (VII. 1), «moritur et ridet», «muore e ride»: espressione efficacissima ed eloquente.
Eppure, in quel 480 d.C., il mondo non sapeva che a Norcia, un paesino dell'odierna Umbria, stava nascendo un uomo che avrebbe trasformato ciò che restava della Romanità in qualcosa che, un millennio e mezzo dopo, non possiamo che definire "Europa" (di cui del resto è patrono): San Benedetto.

Benedetto da Norcia è una di quelle figure che meriterebbero una statua in ogni scuola dell'Occidente e, soprattutto, in ogni palazzo dell'Unione europea: il suo faccione dovrebbe guardare con severità i deputati di Strasburgo. Perché? È presto detto.
Provate a immaginare l'Italia della fine del V sec. d.C. L'impero d'Occidente non esiste più, anche se pochi se ne rendono conto: al suo posto ci sono una manciata di staterelli autonomi governati dai barbari di turno. La situazione è drammaticamente fluida: l'autorità statale è quasi assente, avanzano pestilenze e carestie, assedi, razzie e conflitti sono all'ordine del giorno. In un contesto del genere, non stupisce che l'unica istituzione capace di rispondere al desiderio di pace e sicurezza della gente sia la chiesa di Roma: così, dal V al IX secolo, il Papato diventa il vero erede della tradizione culturale e civile dei Romani.
Ecco: è questo il difficile mondo in cui si muove Benedetto da Norcia. La sua vocazione alla vita monastica è molto precoce, ma la vera svolta avviene tra il 525 e il 529, quando lascia il convento di Subiaco per forti contrasti con gli altri "colleghi" e, giunto presso Montecassino, decide di fondarvi un'abbazia. Qui, nel 540 circa, scrive la sua famosa Regola, un lungo elenco di precetti da seguire per la vita nel monastero: un testo che farà scuola per tutti coloro che entreranno nell'ordine, per l'appunto, dei Benedettini. In questa sede mi limiterò all'analisi di un capitolo solo: il numero 48, intitolato De opera manuum cotidiana, ossia «Sul lavoro manuale quotidiano». Qui, il santo di Norcia dà indicazioni molto precise su quanto sia importante per un frate la lettura e lo studio delle Sacre Scritture e dei libri in generale; tutti sono tenuti a frequentare con quotidiana assiduità la biblioteca e a leggere qualcosa ogni singolo giorno. L'obbligo diventa ancora più importante nel tempo che precede la Pasqua: «In quibus diebus quadragesimae accipiant omnes singulos codices de bibliotheca, quos per ordinem ex integro legant», «In quei giorni di Quaresima tutti ricevano dalla biblioteca un libro, che leggeranno ordinatamente da cima a fondo».
In queste parole ci sarebbero tante cose da sottolineare, ma io partirò da un dettaglio che mi permetterà di fare un salto indietro nel tempo. Benedetto parla di codices, plurale di codex che va tradotto "libro"... e già ci rendiamo conto che qualcosa è cambiato: perché non si parla di volumina e volumen (vedi puntata scorsa)? Semplice: perché il papiro non viene usato più; è iniziata già da tempo l'epoca della pergamena.

Già, la pergamena! Nel precedente articolo avevamo accennato al fatto che il nome deriva dalla città di Pergamo, odierna Turchia, dove questo tipo di "carta" era stata inventata sfruttando le pelli di pecore o capre con particolari procedimenti di stiratura, levigatura e tramite l'ausilio di impregnanti vari. Non si sa bene perché, nel mondo greco-romano (a differenza di altre culture) questo tipo di supporto scrittorio ebbe scarso successo come "rotolo": a un certo punto, già dal I sec. a.C., sembrò quasi naturale abbinare alla pergamena un nuovo formato librario. Protagonista del cambiamento fu senz'altro la civiltà latina: vediamo come.

Da tempo immemorabile i Romani erano abituati a scrivere su tavolette di legno cerate; con dei calami si incidevano le lettere; quando il testo non serviva più, la cera veniva raschiata e la tavoletta di legno andava nuovamente unta. Si potevano anche legare assieme quattro o cinque tavolette, qualora occorresse più spazio: il risultato era un codex, plurale codices (da caudex, la parte interna del tronco di un albero), e non ci vuole molto per capire che da lì deriva l'italiano "codice". La domanda è: che c'entra? C'entra eccome, perché le leggi e i provvedimenti dei magistrati romani venivano fissati per iscritto proprio su tavolette di legno, che poi divennero di bronzo: ed ecco spiegate le forme moderne "codice civile, penale, amministrativo, bancario" etc. Ma "codice" è uno di quei termini che avranno una fortuna immensa. Il suo legame con la legge ha permesso l'espressione "codice genetico", poiché nel DNA c'è un regolatissimo sistema biologico di conservazione e trasmissione dei caratteri vitali; ma senza arrivare alla scienza, il medesimo legame con la legge ha concesso l'uso del termine per insiemi di regole e comportamenti da tenere in vari contesti, ed ecco allora il "codice cavalleresco", il "codice deontologico", il "codice d'onore". Da qui, da questa idea di una condivisione di linguaggi e idee fra persone dello stesso gruppo, sono a loro volta nate espressioni quali "codice segreto", poiché "parlare in codice" significa, per l'appunto, presupporre un linguaggio fatto di simboli e caratteri comprensibili solo all'interno di una cerchia ristretta di persone aventi obiettivi comuni, ben decise nell'escludere tutti gli altri. E non è finita, perché è proprio per l'uso di simboli non alfabetici, riconoscibili solo a un numero più o meno alto di "esperti", che noi parliamo di "codice Morse", "codice nautico" (bandierine e segnali luminosi, acustici e radio) e "codice di avviamento postale". Fra gli esperti possono esserci anche le macchine: ed ecco allora il "codice a barre", con il quale il lettore ottico riconosce il prezzo del prodotto. E mi fermo qui per pietà nei vostri confronti... Dal pezzo di legno al DNA: chi avrebbe mai scommesso sulla fortuna della parola codex?

In realtà ho saltato un ultimo significato: quello che c'interessa di più. Per capirlo, dobbiamo aiutarci con un celebre affresco pompeiano. In fig. 1, possiamo notare una ragazza che mordicchia un calamo e tiene in mano un... caspita, assomiglia a un libro moderno! Sì, proprio così: è il famoso codex di tavolette cerate di cui parlavo prima. Ebbene, ora è tutto chiaro: quelli che noi chiamiamo "codici" nel senso di "libri manoscritti" hanno ricevuto nome e forma dagli antichissimi codices di legno. Dunque, il libro moderno, quello che leggiamo ancora oggi seppure in carta di cellulosa, è un'invenzione romana: realizzato in pergamena, prenderà pian piano il sopravvento sul rotolo di papiro, fino a sostituirlo completamente nel VII secolo. È stata una sfida fra due contendenti di carattere diverso: alla fine, sulla tradizione illustre del volumen ha prevalso la praticità del codex. Un dualismo che si ritrova in un altro famoso affresco di Pompei (fig. 2), dove si vedono marito e moglie che tengono in mano rispettivamente un rotolo di papiro, segno di prestigio culturale e sociale, e una tavoletta cerata, antenata del libro moderno, elemento ancora umile e domestico. A distanza di duemila anni, possiamo dire che la moglie aveva visto giusto...

Realizzare un codice di pergamena era un procedimento lungo (fig. 3). Una volta trattata la pelle animale, era il momento di preparare i fogli; questi venivano poi cuciti a gruppi di quattro e quindi piegati a metà, dove correva la cucitura: e poiché "quattro" in latino si diceva quater, il fascicolo venne chiamato quaternio, da cui "quaderno". Alla fine, si riuniva un certo numero di quaterniones con una speciale rilegatura: si incastrava il tutto all'interno di una copertina rigida... e il libro era pronto. Per gli amanti del lusso, c'era anche la possibilità di impregnare la pergamena nella porpora, così da renderla rossa: l'Italia, essendo Italia, conserva anche una meraviglia di questo genere ed è il Codex purpureus Rossanensis del VI sec., oggi al Museo Diocesano di Rossano Calabro (la città della liquirizia più buona del mondo: una conferma di ciò che ho già detto in questa rubrica, ossia che bello e buono vanno a braccetto), composto di 188 fogli contenenti il testo greco dei vangeli di Matteo e Marco (fig. 4).
In epoca di penuria di greggi, la soluzione poteva essere drastica: prendere un manoscritto di qualche secolo prima, magari contenente un'opera ormai inutile, e raschiare via la vecchia scrittura. In questo modo, il codice - che in questo caso prende il nome di "palinsesto" - era nuovamente pronto per ospitare altra letteratura. Certo, bisogna intendersi sul senso di "opera inutile": come ho già detto, i gusti cambiano e le necessità pure. Date un'occhiata in fig. 5... e provate a immaginare i salti di gioia del cardinale Angelo Mai (a cui Leopardi dedicò un'ode) quando, sospettando di essere davanti a un palinsesto (anche la più radicale delle raschiature lascia alcune tracce), sottopose il codice a trattamenti chimici e assistette all'apparizione del De republica ("Sullo stato"), opera filosofica di un certo Cicerone, con quella straordinaria scrittura del IV - V secolo...

Il passaggio dal rotolo di papiro al codice di pergamena è accompagnato da un altro cambiamento importantissimo: l'abbandono della scrittura maiuscola a favore di quella minuscola. A proposito: qual è la differenza? Se volete fare bella figura con gli amici, provate a porre loro questa domanda: vi divertirete ad ascoltare risposte quali «una è grande e l'altra è piccola»... E invece? Ebbene, prendete due linee parallele e mettete dentro prima tutte le maiuscole e poi tutte le minuscole: scoprirete che nel primo caso nessuna lettera supererà in alto o in basso le due righe, mentre nel secondo sì (e precisamente b, d, f, g, h, j, k, l, p, q, t, y). La differenza è tutta lì, ma per gli antichi era sostanziale. Per secoli, Greci e Romani avevano realizzato le loro opere in scritture maiuscole (qualche esempio? Per il greco, in fig. 6, potete ammirare la cosiddetta "scrittura onciale"; per il latino, potete rifarvi gli occhi con la "Capitale rustica" dei manoscritti in fig. 7). Poi, tra l'VIII e il X secolo, si assiste a una mutazione progressiva e inesorabile: vari tipi di minuscole prendono definitivamente il posto delle maiuscole, relegate a titoli e didascalie su cui attirare l'attenzione (proprio come nella stampa, ancora oggi). Ma la bellezza non viene meno, anzi: guardate che meraviglia il manoscritto greco in fig. 8, un "purpureo" con le lettere argentate, osservate com'è bello il codice del X secolo in fig. 9, lustratevi le pupille sulle miniature in fig. 10.

Eravamo partiti con Benedetto da Norcia... e con lui concluderemo. Il passo prima ricordato della sua Regola parlava esplicitamente di biblioteche all'interno dei monasteri: la cosa non deve lasciare indifferenti. Se già S. Girolamo e S. Agostino avevano richiamato i Cristiani sulla necessità di conservare l'enorme patrimonio della letteratura latina e greca, S. Benedetto tradurrà in azione il loro pensiero: nascerà da lì, dalla sua Montecassino, la straordinaria epopea degli amanuensi. In Oriente, i monaci bizantini salvarono la letteratura greca; in Occidente, i Benedettini e poi via via altri ordini monastici fecero la stessa cosa con la letteratura latina. Il Cristianesimo avrebbe potuto buttare a mare secoli e secoli di cultura classica in quanto pagana: non lo fece, diventandone anzi l'erede diretta. Nel momento stesso in cui venne compiuta questa scelta, nacque l'Europa moderna. Ma avremo modo di ripeterlo anche nella prossima puntata.

Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4
Figura 5
Figura 6
Figura 7
Figura 8
Figura 9
Figura 10

Lascia il tuo commento

LIBERAMENTE LIBRARSI CON I LIBRI Seconda parte: la parabola del papiro

sabato 14 agosto 2010

Se fossimo entrati nella Biblioteca di Alessandria tra il III e il II secolo a.C. saremmo rimasti impressionati dall'enorme numero di papiri presenti, circa 490.000: ognuno di essi riportava un'opera letteraria, regolarmente nominata nel cartellino applicato all'estremità del rotolo.
Il papiro: siamo abituati a pensare che fosse un materiale usato solamente dagli antichi Egizi, ma non è così. Le aree paludose in prossimità del Nilo sono state per millenni il terreno di crescita di questa pianta formidabile, perfetta per la scrittura. Già, ma come si produceva un rotolo? Per queste e altre domande, la risposta è sempre in Plinio il Vecchio, lo scienziato romano autore della celebre Naturalis historia, "Storia della natura", una vera e propria enciclopedia del mondo antico in 37 libri; per i più interessati, rimando al libro XIII, capitoli 74 - 82, ma per il nostro discorso è più che sufficiente un'estrema sintesi con l'ausilio dello schema in fig. 1.
Si cominciava con il taglio del fusto di papiro a strisce sottili e regolari, larghe il più possibile: queste venivano distese su una superficie rigida nella medesima direzione, sovrapposte leggermente una all'altra per permetterne l'unione durante l'essiccazione; quindi si procedeva allo stesso modo con altre strisce, che però venivano poste sopra le prime in direzione perpendicolare, a formare un reticolato. Terminate queste operazioni, i due livelli venivano pressati da torchi pesantissimi: in questo modo, il collagene che fuoriusciva dagli steli ancora freschi del papiro permetteva di far aderire tutte le strisce in un unico foglio compatto. Una volta realizzati molti fogli (di solito 20), questi venivano levigati, rifiniti e uniti l'uno accanto all'altro con speciali tecniche a formare un'unica superficie della lunghezza media di 3 metri e 20: si fissavano le due estremità attorno a due stecche d'avorio o di legno e finalmente era pronto il tómos, nome greco per "rotolo" che sta all'origine dell'italiano "tomo". I Romani, gente pratica, non tradussero il termine, ma lo reinterpretarono: letteralmente, tómos era il pezzo di papiro tagliato, dunque dal verbo témnein, "tagliare", ma l'immagine del taglio non interessava ai Romani, che preferirono mettere l'accento sul modo in cui il rotolo di papiro doveva essere letto. Ebbene, bisognava svolgerlo da sinistra verso destra, pian piano, aiutandosi con le asticelle d'avorio: "svolgere" si diceva volvere, perciò "l'oggetto da svolgere" fu chiamato volumen, da cui l'italiano "volume". Ma se pensate che sia finita qui, vi sbagliate di grosso. "Foglio" deriva dal latino folium, "foglia" (in questo caso di papiro); pagina, rimasto identico in italiano, nacque dal verbo pangere, ossia "fissare", poiché le strisce della pianta andavano fissate l'una sull'altra; "carta" è la versione moderna del greco chártes, con cui s'indicava il rotolo di papiro ancora bianco, non scritto. Altrettanto affascinante "protocollo", dove si sente ancora il legame con la "colla" (greco purissimo: kólla) che fuoriusciva al momento della pressatura delle strisce di papiro: protókollon era "il primo foglio incollato", su cui si scriveva il titolo dell'opera, il nome del copista e quello del magistrato più importante dell'anno in corso. Il riferimento al magistrato spiega come mai il termine sia stato riusato, molto tempo dopo, in contesti burocratici e politici. E "libro"? Liber, libris era il modo in cui i Romani chiamavano la parte che, negli alberi, è posta sotto la corteccia: nel caso del papiro, era proprio quella la parte utilizzata per formare i fogli... ed ecco spiegato l'arcano! E pensate a come si dice "carta" nelle lingue di oggi: papier in francese, paper in inglese, papier in tedesco...

La biblioteca di Alessandria ebbe una rivale nella più piccola, ma prestigiosissima Pergamo, in Turchia, dove però ci si volle distinguere creando un nuovo supporto scrittorio ricavato dalle pelli delle pecore. Quel tipo di carta verrà chiamata, per l'appunto, "pergamena", ma su questo torneremo con calma. Ancora più ridotta fu la biblioteca di Pella, in Macedonia, che però ebbe un ruolo determinante: quando la Grecia fu conquistata dai Romani, nel 146 a.C., il vittorioso Lucio Emilio Paolo trasferì l'intera raccolta libraria di Pella a Roma. Per la prima volta, un bottino di guerra prevedeva anche i libri: un segno chiaro e distinto della progressiva "ellenizzazione" della civiltà latina.
L'azione culturale della biblioteca di Alessandria diede impulso ad una progressiva acculturazione generale della società antica: nacque una produzione libraria dedicata al commercio, dapprima timida, poi sempre più grande, fino ad assumere proporzioni altissime in tutti gli angoli dell'impero romano. Ma quanto è rimasto a noi moderni di tutto questo? Ben poco. Solo il clima secco e arido dell'Egitto ha permesso ritrovamenti importanti: c'è però un'eccezione che merita un piccolo approfondimento.
79 d.C.: Pompei, Ercolano e altre città della Campania scompaiono inghiottite dall'eruzione del Vesuvio. Fra le ville "fossilizzatesi" grazie alla cenere vulcanica ce n'è una, ad Ercolano, che dagli anni della sua scoperta (metà del Settecento) ci ha fornito qualcosa come 1826 rotoli di papiro [figg. 2 e 3]. Carbonizzati, certo, ma non per questo illeggibili: finora sono stati svolti e letti, con tecniche che hanno del fantascientifico, circa la metà dei rotoli pervenuti [un esempio in fig. 4] e le scoperte sono state straordinarie. La tradizione antica afferma che il poeta latino Virgilio, negli anni della sua formazione culturale (siamo ben prima della composizione dell'Eneide), ha frequentato una scuola filosofica seguace delle dottrine di Epicuro, situata nelle vicinanze di Napoli e diretta da Sirone, allievo di Filodemo di Gadara. Ebbene, la villa ha restituito un numero altissimo di papiri recanti proprio le opere di Filodemo e di Epicuro, per giunta inedite. Ovvia la deduzione: la scuola filosofica frequentata da Virgilio era forse ospitata in questa villa? Pare di sì, poiché epicureo era anche l'uomo che gli studiosi ritengono il proprietario della lussuosa dimora: Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare.
Circa 950 rotoli non sono ancora stati svolti e decifrati a causa dell'elevatissima carbonizzazione, ma sono in corso esperimenti con tecniche ancora più sofisticate: l'ottimismo non manca. Il futuro, comunque, potrebbe riservarci sorprese ancora maggiori; finora, gli scavi si sono limitati a una sezione particolare della villa, da  dove è emersa la biblioteca greca, ma possiamo davvero credere che non esistesse una biblioteca latina? È ovvio che no; qualche frammento di letteratura romana è già emerso, ma la speranza è che si arrivi, prima o poi, a trovare la sezione intera, e a quel punto le scoperte potrebbero essere epocali: in teoria, potremmo anche trovare una buona parte della poesia e della prosa di III, II e inizio I sec. a.C. che, adesso come adesso, conosciamo solo in miseri frammenti citati da altri autori successivi. Basterebbero i versi degli Annales di Ennio, uno dei padri della letteratura latina, per rendere felici in eterno noi filologi classici...

Dopo la parentesi su Ercolano, è il caso di tornare in Egitto. Avete mai sentito l'espressione "volo pindarico"? Essa indica la rapidità di passaggio da un argomento all'altro e prende il nome da colui che fece di questa tecnica una vera e propria arte: il poeta greco Pindaro (518 - 438 a.C.). Ora, il buon Pindaro era uno dei massimi autori della classicità: eppure, ogni epoca ha i propri gusti e non è detto che debbano coincidere con quello che noi ci aspetteremmo. Le sabbie di Ossirinco, 160 km a sud-ovest da Il Cairo, ci hanno riservato sorprese incredibili: numerose poesie di Saffo e Alceo, commedie di Menandro, tragedie sconosciute di Eschilo, Sofocle ed Euripide, solo per citare i casi più eclatanti. Ma sapete dove sono stati rinvenuti questi papiri? Molti sono stati usati dagli abitanti del luogo, già in antico, per mummificare i morti; molti altri sono emersi dalla gigantesca discarica sorta alla periferia della città in epoca tardoromana. E ho detto tutto... Fra questi, c'era anche uno dei carmi più strepitosi del poeta Pindaro, dedicato al mito delle fatiche di Ercole [fig. 5]: un testo che oggi è fra i più apprezzati e studiati... non era poi così importante per gli abitanti di Ossirinco. Il destino dei libri è anche questo: l'arbitrio assoluto di chi, avendo magari l'unica copia al mondo di una determinata opera, può decidere se conservarla o gettarla via per sempre.
Purtroppo, il destino della stragrande maggioranza della letteratura antica è stato crudele... e ancora una volta il perno della nostra storia è la biblioteca di Alessandria. Danneggiata nel 145 a.C. durante una guerra civile, gravemente colpita da un incendio nella campagna di Giulio Cesare in Egitto del 48 a.C. (incendio che doveva limitarsi alla flotta nemica e che invece sarebbe divampato in modo imprevisto, ma la vicenda è controversa e di sicuro Cesare non c'entra nulla), pesantemente colpita fra 270 e 275 d.C. dal conflitto fra l'imperatore romano Aureliano e la regina che voleva rendersi indipendente da Roma, la famosa Zenobia, subì il primo vero attacco voluto e pensato come tale poco dopo il 400 d.C., quando un nutrito gruppo di fondamentalisti cristiani appiccò il fuoco a quel luogo considerato il simbolo del sapere pagano da cancellare (ed è qui che s'inseriscono le vicende della sacerdotessa Ipazia, di recente narrate nel film Agorà). Il colpo di grazia, tuttavia, arrivò con gli Arabi musulmani nel 642; essi ridussero definitivamente in macerie la Biblioteca, che fino ad allora era stata sempre capace di risorgere. Due diversi fanatismi, un'unica barbarie: non è un caso che la paternità della distruzione della Biblioteca sia ancora oggi scaricata da una parte all'altra, anche se - bisogna dirlo - il politicamente corretto degli ultimi anni ha provocato strane amnesie, preoccupate di stendere un velo di silenzio sulla distruzione islamica a tutto sfavore di quella cristiana. Secoli e secoli dopo, dunque, la ferita è ancora aperta e attuale.
C'è anche da dire che tanto l'Islam quanto il Cristianesimo hanno ampiamente rimediato ai rispettivi torti: l'uno ha salvato la filosofia e la matematica dei Greci dall'oblio, realizzando copie e traduzioni in arabo diffuse ai quattro angoli del mondo musulmano, l'altro ha contribuito in maniera determinante al salvataggio di ciò che era rimasto della letteratura classica, grazie all'operato eroico dei monaci amanuensi. E la terza parte del nostro viaggio partirà proprio da un monastero: Montecassino, uno dei luoghi simbolo dell'Europa moderna e dell'Occidente intero. Ma a quel punto, la parabola del papiro avrà terminato la sua storia: a prendere il suo posto nel Medioevo, infatti, sarà la pergamena.

P.S.

Per i filologi in erba o quelli di professione, il papiro di Pindaro è POxy 2450; da leggere assolutamente lo splendido libro che Marcello Gigante ha scritto a partire da questo frammento, ossia Nomos Basileus, ed. Bibliopolis.

Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4
Figura 5

Lascia il tuo commento

LIBERAMENTE LIBRARSI CON I LIBRI Prima parte: dall'oralità alla Biblioteca di Alessandria

lunedì 26 luglio 2010

Atene, metà del VI sec. a.C: la pólis che noi tutti immaginiamo, con il Partenone, le sculture di Fidia e i teatri gremiti di persone che assistono alle tragedie di Eschilo è ancora lontana. La democrazia non è ancora stata inventata: a governare è Pisistrato, "tiranno" nel senso greco del termine, cioè comandante unico della città. Per quanto dispotico nel tenere le redini del potere, Pisistrato è un politico illuminato: ama le arti e la cultura e le promuove con energia. Fra i suoi numerosi provvedimenti in tal senso, ci interessa in particolare uno: la decisione di mettere per iscritto l'Iliade e l'Odissea.
Ebbene sì: Omero - se poi è esistito davvero... ma lasciamo perdere - ha composto i suoi poemi, ma non li ha mai scritti. Poi, per secoli, essi sono stati trasmessi di generazione in generazione grazie ai cantori che si esibivano girando in tutto il mondo ellenico: fu uno dei pochissimi elementi di unione in una Grecia fatta di città sempre in guerra fra loro. Oggi pare incredibile che un rapsodo potesse ricordare molte migliaia di versi a memoria: ma è davvero un fatto così straordinario? Provo a rispondere con un esempio moderno. Per quanto mi riguarda, posso dire di conoscere a memoria moltissime canzoni di Cocciante, Battisti, Mina, De Gregori, De Andrè, Battiato, Fossati, Tenco, Dalla, Baglioni, Pink Floyd, Queen, Mia Martini, Zucchero, Elton John, Vecchioni, Rolling Stones, e potrei continuare per chilometri. Eppure, se mi chiedete di recitare il primo canto della Divina Commedia, che farebbe parte del mio lavoro, mi fermo dopo nove o dieci terzine, imparate grazie alla mia bravissima professoressa di italiano delle medie, per poi citare versi sparsi qua e là, magari anche storpiati. Perché? Il grado di letterarietà o di difficoltà non conta nulla: semplicemente, nel secondo caso manca la musica. Provate a riflettere: quanti di noi hanno preso un libro per imparare i testi di Mogol nelle canzoni di Lucio Battisti? Ben pochi, ne sono sicuro: quasi tutti ci siamo limitati a tre-quattro ascolti di, per esempio, Fiori rosa fiori di pesco... perché erano già sufficienti per cantarla! E per i vuoti di memoria ci sono sempre le rime e le assonanze, utili marcatori per colmare i buchi («Fiori rosa, fiori di pesco, c'eri tuuuuu! / Fiori nuovi...» aspetta, com'era? Ah già! «...stasera esco, ho un anno di piùùùùùù!»); quando proprio non c'è niente da fare, disponiamo dei sempreverdi «nananana» e «lalalala», e tutto prosegue senza problemi. Al di là del fatto che non possiamo permetterci la stessa cosa con Dante - sai che spasso... -, l'assenza della musica nella Divina Commedia, e così nei Canti di Leopardi e in tutte le altre opere poetiche della letteratura italiana e straniera, è un serio ostacolo alla loro memorizzazione totale. Badate: sto solo esponendo dei fatti, lungi da me chiedere che venga riproposto l'esperimento di Fiorello, autore di una "audace" versione cantata di San Martino che avrà fatto rivoltare nella tomba il povero Giosuè Carducci.
Ecco: tutto ciò accadeva anche con i rapsodi. La recitazione dell'Iliade, dell'Odissea, e così dell'intera poesia greca arcaica - parlo di autori che hanno fatto la storia dell'Occidente: Saffo, Alceo, Pindaro, Anacreonte, Archiloco, Alcmane, Solone e altri ancora - era regolarmente caratterizzata dalla musica, in forme più o meno elaborate. Non solo: in un mondo che non conosce l'uso della rima, la medesima funzione di puntello per la memoria del cantore era affidata, nel caso dell'epica, a quei nessi che si ripetevano sempre uguali nei due poemi, formando il cosiddetto "linguaggio formulare"; perciò, Achille è sempre «piè veloce» e l'aurora «dalle dita rosate».
C'è di più. Quasi l'intera terminologia legata alla poesia riflette quest'origine musicale: "ode" deriva da ᾠδή (odé), ossia "canto", che sta dietro anche ai composti "tragedia" e "commedia"; "poesia lirica" da λύρα (lýra), lo strumento a corde che faceva da accompagnamento; "strofa" da στροφή (strophé), che in origine indicava il volteggiare del coro, ovviamente a ritmo, attorno all'altare. Anche il latino non scherza da questo punto di vista: "carme" è l'esito italiano di carmen, che nasce dal verbo canere, ovvero "cantare"; addirittura "accento" deriva da ad cantum, "per il canto" (un calco dal greco prosodía, che significa la stessa cosa), retaggio di quando persino la lingua parlata era dominata da una curva melodica molto forte (cosa che la nostra lingua ha parzialmente mantenuto; di frequente leggo commenti di inglesi e americani entusiasti nell'affermare che «sentire l'italiano è come sentire una canzone». Cosa che ci inorgoglisce, soprattutto se pensiamo agli impastati miagolii dell'inglese parlato in USA...).

L'operazione di Pisistrato segna una svolta: la Grecia scopre che si può trasmettere la cultura letteraria anche per iscritto. L'esempio del tiranno ateniese, però, non avrà un successo immediato: il suo secolo è anzi il momento di massima fioritura della civiltà rapsodica. Il commercio librario ebbe una scarsa fortuna nel V e nel IV sec. a.C., ma negli stessi anni persino la prosa - con eccezioni, naturalmente - era destinata all'oralità: il primo storico che il mondo ricordi, Erodoto di Alicarnasso, colui che ha addirittura inventato il termine "storia" - ne parleremo fra qualche puntata -, componeva non "libri", bensì "discorsi" che venivano recitati in giro per la Grecia. Pensate un po': chi voleva sapere tutto sulle Guerre Persiane, doveva ascoltare, non leggere. Ci vorranno altri secoli prima di arrivare al trionfo della letteratura scritta, ma in quel caso ci troveremo in un contesto completamente diverso.

295 a.C. Alessandro Magno è morto da tempo (323 a.C.). Il suo impero, creato in pochi anni, va dalla Macedonia alla valle dell'Indo: in un tempo ancora più breve, però, finisce per disgregarsi in tanti regni autonomi e sempre in conflitto fra loro. Ma se l'impero si sfalda, la cultura ellenica comincia a diffondersi in tutti i territori conquistati: ed è così che il greco diventa la lingua della cultura di buona parte del mondo conosciuto all'epoca, veicolato attraverso la poesia, la filosofia, la storiografia e l'arte figurativa. In India, l'influsso della scultura greca, giunta laggiù assieme ad Alessandro, sarà così poderoso da far assumere forma umana al Buddha, fino a quel momento mai rappresentato in nessuna statua.
Nel 295 a.C., in Egitto sta regnando Tolomeo I, capostipite di una dinastia che arriverà fino a Cleopatra. Gli viene un'idea: raccogliere tutto il sapere dei Greci in un unico luogo. Per questa impresa, mai tentata prima, chiama a corte un allievo della scuola filosofica fondata a suo tempo da Aristotele: Demetrio di Falereo. Di lì a pochi anni sarebbe nata la più grande Biblioteca della storia, anche se non la prima: ci sono esempi simili già fra le civiltà mesopotamiche, nel III millennio a.C., ma niente può essere paragonato ad Alessandria. Presto sorse anche una specie di collegio letterario e scientifico chiamato "luogo delle Muse": in una parola, "Museo" (ecco da dove deriva...). È in questo contesto che, dopo qualche comparsa nelle epoche precedenti, viene messo a punto un oggetto che avrebbe cambiato l'umanità: il libro.
La rivoluzione è enorme: dopo secoli di odi fratricidi, i Greci si rendono conto di essere uniti da una tradizione culturale immensa. Il rischio di perdere tutto questo, ma anche la necessità di farlo conoscere ad un mondo improvvisamente "globale", stimolano i responsabili della Biblioteca e del Museo a reperire tutto il reperibile: alla fine del III secolo a.C., alcune fonti ci parlano di 200.000 volumi raccolti in loco, altre addirittura di 490.000. Sono numeri impressionanti, superati solo in età moderna.
Accanto all'accumulo e alla copiatura di libri, ad Alessandria si compiono le prime sistematiche operazioni di filologia sui testi. Ecco, appunto: cos'è la filologia, che per inciso è il mio mestiere? Il termine deriva da un aggettivo, φίλος (phílos), che significa "amico, amante di", e dal sostantivo λόγος (lógos), ossia "parola". Dunque, il filologo è innanzitutto l'"amante della parola", in tutti i sensi che può assumere questo concetto. Nel concreto, è colui che ha il compito di riportare i testi a uno status il più vicino possibile all'originale, che nel mondo classico non esiste (non abbiamo mai ritrovato pergamene con la firma autentica di Virgilio...). Pensateci: quando non c'era la stampa, l'unico modo per creare dei libri era la copia manuale. Ma copiare significa automaticamente produrre un certo numero di sbagli. E se poi vai a copiare una copia, gli sbagli precedenti si aggiungono ai tuoi personali: e giù così a cascata, per decenni, secoli, millenni. Ha fatto scuola un caso in uno storico latino del I sec. a.C.: Sallustio. In un passo, egli parla di un questore dell'anno 106 a.C.: peccato che i codici medievali diano versioni diverse del suo cognome. In alcuni si legge Rusone, in altri Rufone, in altri ancora Pisone, fino ad arrivare a Rustane e Rustano: chi scegliere? Questo, che può apparire un dettaglio irrilevante, in realtà provoca conseguenze gigantesche: cosa scriviamo nei libri di storia sul questore del 106 a.C.? Certo, non casca il mondo se rimaniamo con un dubbio simile, ma pensate a ciò che succede in campo religioso, quando si ha a che fare con i manoscritti della Bibbia... In Europa si sono fatte guerre sante per alcune parole contestate nei testi sacri.
Dunque, noi filologi, una volta scelta l'opera da prendere in esame, dobbiamo predisporne una versione che, nelle nostre speranze, è almeno vicina all'originale dell'autore antico, depurata dalla stratificazione millenaria degli errori. Gli studiosi di Alessandria, predecessori ben più illustri di tutti i più fenomenali studiosi di oggi messi assieme, diedero vita ad una produzione critica su Iliade e Odissea di cui siamo ancora debitori: furono loro a dividere i due poemi nella struttura a canti, a fornirci notizie su luoghi, persone e cose altrimenti oscuri, a correggere punti su cui oggi non avremmo nemmeno un sospetto. E così fecero per tutto il resto della produzione letteraria greca. Finché il loro esempio non fu imitato dagli intellettuali di un popolo che avrebbe conquistato il mondo: i Romani. Ma questa è un'altra storia...

Comincia da qui un viaggio in più puntate alla scoperta di un oggetto che ha costruito l'identità dell'Occidente: il libro. Seguiremo la lunga e complessa trasmissione della cultura classica; visiteremo le biblioteche dell'antichità; scopriremo come si realizzava un volume; vedremo quando, come e perché si passò dal rotolo di papiro al codice di pergamena; andremo alla ricerca di opere dimenticate; ci imbatteremo in principi, imperatori, monaci, cardinali, poeti, inventori, guerrieri, filosofi, scrittori; spalancheremo le porte dei monasteri dove, grazie alla scelta lungimirante dei Padri della Chiesa cristiana, le opere dei Greci e dei Romani sono state copiate per secoli fino ad arrivare ai giorni nostri. Dunque, pronti al decollo. Liberi di librarci con i libri.

Lascia il tuo commento

MUSICA SULLE MACERIE (...ruberie nel passato con piccole scorrerie nel presente)

mercoledì 14 luglio 2010

Leonida e i suoi trecento spartani alle Termopili. Martin Luther King che declama «I have a dream», «Ho un sogno», e dopo pronuncia uno dei discorsi più emozionanti e profondi che il Novecento abbia mai udito. I personaggi di Walt Disney. Lo studente cinese che, nel 1989, si mette davanti al carro armato in Piazza Tienanmen a Pechino, facendo tremare a commuovere il mondo. Gli astronauti americani che scendono dalla navicella e saltellano sul suolo lunare. Albert Einstein che mostra la linguaccia al fotografo, nonché lo stesso scienziato che, alla domanda «Razza?», risponde «Umana». Marlon Brando che interpreta don Vito Corleone ne Il Padrino di Francis Ford Coppola. Il generale Custer battuto a Little Big Horn. Gli atleti statunitensi Tommie Smith e John Carlos, neri in un'epoca di discriminazione, che salgono sul podio alle Olimpiadi del 1968 con la mano ricoperta da un guanto scuro e chiusa a pugno, coraggiosi nel denunciare il razzismo della società americana. Robert De Niro che, in Taxi driver di Martin Scorsese, si guarda allo specchio e domanda a se stesso «Stai parlando con me?». Marco Tardelli che esulta come un bambino dopo il gol nella finale dei mondiali di Spagna '82. Michelangelo che si giustifica con papa Giulio II per come ha dipinto la Cappella Sistina con la frase: «Santità, le avevo detto che non ero un pittore». Marylin Monroe che canta gli auguri di buon compleanno al presidente Kennedy. Lo stesso Kennedy che grida «Ich bin ein Berliner» il 26 giugno 1963, in un discorso ufficiale a pochi passi dal Muro di Berlino. Karol Wojtyla che, appena nominato papa, si affaccia dalla Basilica di S. Pietro e afferma: «Se sbaglio mi corrigerete!». Enrico IV che, per diventare re di Francia, è costretto a convertirsi al cattolicesimo, perché in fondo «Parigi val bene una Messa». Giulio Cesare e il suo «Alea iacta est» dinanzi al passaggio del Rubicone, ma anche il disperato «Tu quoque, Brute fili mi» rivolto al figlio adottivo Bruto che lo sta uccidendo. Giovanni XXIII e il suo discorso: «Date una carezza ai vostri bambini e dite che è la carezza del Papa». E.T. che sussurra «Telefono-Casa» con il ditino lampeggiante. Maradona e la «mano de Dios». Elvis Presley che ancheggia cantando Hount dog. Forrest Gump che, dopo aver corso per tre anni di fila con un codazzo di gente dietro di lui, si ferma, si volta e con tutta la naturalezza del mondo se ne esce con «Sono un po' stanchino». L'aria del Nessun dorma dalla Turandot di Giacomo Puccini. Napoleone ritratto sempre con la mano destra posta sotto il panciotto. Le musiche di Ennio Morricone che fanno da commento alle epiche scene dei western di Sergio Leone. Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway.

Potrei continuare per pagine e pagine ad affastellare episodi, frasi, personaggi, libri, ma non avrebbe alcun senso. A questo punto siete legittimati a porvi la domanda: dove stai andando a parare, Passator Cortese?
Dove voglio arrivare è presto detto. Cos'hanno in comune tutte le cose che ho citato poc'anzi? Semplice: l'essere diventate leggenda, mito (userò i due termini come sinonimi, cosa che non si dovrebbe mai fare, perdonatemi). E non c'è nulla da scandalizzarsi se ho accostato Martin Luther King a Paperino: non importa il grado di serietà o di leggerezza per diventare leggendari. Ciò che conta sul serio è l'essere in grado di riassumere un'epoca, un ambiente, un'idea: la capacità di sintesi di un contesto ben delineato. Alla parola "quadro", nove persone su dieci pensano alla Gioconda di Leonardo da Vinci. Ma quanti l'hanno visto dal vivo? Quanti ne conoscono la storia (che non è quella cretinissima di Dan Brown)? Il punto è proprio questo: le leggende non s'imparano come s'impara l'area del trapezio. Le leggende si apprendono inconsapevolmente, passivamente: si subiscono, non chiedono partecipazione attiva, esistono da qualche parte e prima o poi ci capita di incontrarle... e di fare la loro conoscenza senza alcuno sforzo. Nella maggior parte dei casi, la lettura non c'entra: ad entrare in gioco è l'ascolto. Guarda caso, i miti greci e latini (così come i miti di tutti gli altri popoli) sono stati tramandati per secoli solo ed esclusivamente a voce. Ma se vogliamo dirla tutta, quanti di noi hanno realmente letto la Bibbia? Eppure conosciamo le parabole, le parole più importanti di Cristo, nonché l'intera liturgia a memoria: tutto grazie all'ascolto.

Le leggende sono strettamente legate alla dimensione dell'oralità: la scrittura può essere presente, ma è un veicolo secondario, talvolta persino inconciliabile, quasi sempre inopportuno. Cerco di spiegarmi con un esempio. Cosa disse Galileo riferendosi al pianeta Terra? Lo sappiamo tutti: «Eppur si muove!». Vero? Falso. Galileo non pronunciò mai quella frase, che si deve invece a Giuseppe Baretti, scrittore e giornalista del Settecento, autore di un libro in cui si ricostruiva la vicenda dello scienziato toscano per il pubblico inglese. Ebbene, Baretti è un autore che si cita di sfuggita al liceo e che nel resto della vita si può ritrovare solamente se si studia Lettere all'Università: è un bravissimo, arguto, raffinato, sarcastico, eccellente... signor Nessuno. Pur nella sua grande importanza. Con «Eppur si muove» ha dato vita a un mito infinitamente più grande di lui, capace di divorarlo letteralmente: Baretti eclissato da una sua stessa creazione. Ed ecco la conferma di quanto dicevo prima: per vivere, una leggenda ha bisogno dell'oralità, non della scrittura; se tutti avessero letto il libro di Baretti, oggi la frase pseudogalileiana" non sarebbe conosciuta. La questione, dunque, non è «vero o falso»: il verosimile basta e avanza, il resto sono dettagli. Nikita Kruscëv? Certo, è quel presidente sovietico che si è tirato via la scarpa battendola sul leggio davanti a tutto il Palazzo di Vetro dell'ONU, come no! Ma siamo sicuri che sia andata così? Pare che sia una bufala; su internet si discute e questa è una buona sintesi: http://www.pensieroprofondo.it/?p=254.
I miti sono alchimie composte da ingredienti sapientemente dosati. Prendiamo il coro del Va' pensiero dal Nabucco di Giuseppe Verdi. Oggettivamente, esistono partiture più belle: la musica è magnifica, ma non eccezionale. Eppure, nessun coro d'opera fa più impressione di questo: è un pezzo lirico che pare ispirato letteralmente da Dio, perché è semplice proprio come l'operato del Signore («Dio disse: sia la luce! E fu sera e fu mattina»: l'azione della Genesi è semplicissima). In quella massa di ebrei schiavi a Babilonia, in quel «O mia Patria sì bella e perduta», il Risorgimento trovò il suo simbolo migliore, la colonna sonora che cercava (e mette profonda tristezza pensare in che mani sia finito ultimamente...). E ancora oggi è una stretta al cuore.

Dopo tutto questo parlare di miti, vorrei contribuire alla divulgazione di una leggenda che anni fa era molto nota, mentre oggi comincia a essere scordata. D'altro canto, vorrei anche tentare di distruggere un falso mito che sta per nascere e che va rimosso fin da ora. Per non concludere con l'amaro in bocca, comincio dal secondo.
È da mesi che mi diverto a cercare su YouTube i prologhi (oggi li chiamano, chissà perché, trailer) dei film che hanno avuto una certa influenza sulla mia vita e sul mio immaginario. Da qualche settimana, ogni volta che vado sulla pagina iniziale del sito, trovo, fra i video segnalati come meritevoli di attenzione, quelli di una signorina che avrà suppergiù sedici anni, bruttina, cicciotta, con un viso piuttosto antipatico. Lasci perdere una, due, tre, dieci, venti volte: alla ventunesima vai a vedere cosa vuole 'sta tizia. Chi frequenta YouTube sa di chi sto parlando: per gli altri, non intendo scrivere il nome della ragazza in questione, poiché credo che sia necessaria una damnatio memoriae, come nell'antica Roma. La "condanna della memoria" era una pratica frequente: quando un personaggio lasciava un terribile ricordo di sé, lo stato romano "in persona" (se così si può dire) provvedeva a far scalpellare via il nome dell'indesiderato da ogni monumento in cui compariva. In quel modo, tutti erano a conoscenza di chi aveva subito la condanna, ma questi non aveva diritto nemmeno ad essere chiamato per nome: di fatto, moriva due volte... Lo stesso farò io: parlerò dell'oggetto senza citare l'identità del soggetto.
Questa signorina, dunque, si diverte a cantare - parola grossa - alcuni successi musicali di ieri e di oggi: fra una stecca e l'altra, non mancano moine e ammiccamenti da diva consumata (a livello neuronale, s'intende). L'ultima prodezza, però, batte tutto e tutti: la pulzella si riprende in telecamera mentre si lancia un bicchiere d'acqua sui capelli. Liberi di crederci o meno, quest'ultimo video è primo nella classifica dei più visti su You Tube: confesso di averlo guardato anch'io, che dunque rientrerò nella statistica. Ho resistito al Grande Fratello, a La pupa e il secchione, a L'isola dei famosi, ma stavolta mi sono abbandonato al gusto della boiata: chiedo perdono a me stesso. Il problema è che questa tizia sta diventando famosa: ne parlano già alcuni siti d'informazione, persino quelli più seri, e da lì al Maurizio Costanzo Show il passo è brevissimo... e approdati da Costanzo, si può arrivare dovunque (non vorrei dire, ma Platinette è oggi uno stimato/a - difficile scegliere il genere grammaticale - opinionista, mica cotica!). Dunque, vorrei lanciare il mio appello: dimentichiamola. Non cediamo alla tentazione di guardare le sue perfomance: condanniamola alla damnatio memoriae.

Conclusione in bellezza con una leggenda vera da riscoprire.
9 novembre 1989: per una serie di circostanze più casuali che programmate, il muro di Berlino cominciò a cadere sotto i colpi dei cittadini della capitale. Era la fine di un incubo: il comunismo crollava e Berlino si apprestava a vivere la sua rinascita. Il giorno dopo, sotto il muro che veniva smantellato, arrivò un violoncellista famosissimo nel settore, ma non così famoso al di fuori degli addetti ai lavori: eppure, quell'uomo si era sempre battuto per la libertà con la stessa passione con cui aveva affermato il valore culturale della musica. Russo, dissidente avverso al regime comunista, amico fraterno di Alexander Solzenicyn, si chiamava Mstislav Rostropovich: senza dire nulla, il violoncellista si sedette e cominciò a suonare Bach e altri classici [fig. 1]. Niente parole, niente prosopopee inutili, niente di niente: sono le note di musiche immortali per celebrare la vittoria della vita sulla morte. Musica sulle macerie. Pura leggenda, per una volta completamente vera.

Flash is required!

Lascia il tuo commento

I RAVIOLI DI MICHELANGELO (...scorreria nel presente)

sabato 19 giugno 2010

No, cari lettori! Non è possibile svegliarsi, preparare il caffè e, nell'attesa che l'italica bevanda sgorghi dalla caffettiera, accendere la televisione per trovarsi davanti una pazza furiosa, tale Jill, che con il suo marcato accento americano mi urla di tutto, dandomi del ciccione solo perché non ho gli addominali scolpiti: non si può, è traumatico come una raffica di mitra. Se vi è capitato di vederla, su Mediaset, sapete di chi sto parlando: sei lì che inzuppi il cornetto nel cappuccino - oh qual momento di piacere! - e arriva 'sta matta che ti grida di muoverti, di fare trecento esercizi al minuto, mentre sullo schermo sfilano immagini di chiappe ballonzolanti sempre perfette, impeccabili, sublimi. Appunto: false come una mozzarella di bufala prodotta in Cina. Se quella è la bellezza, Platone si sta rivoltando nella tomba.
Che c'entra Platone? Con il fitness nulla, senza dubbio; ma con la bellezza, c'entra eccome. Il grande filosofo ateniese, infatti, ci ha insegnato che il Bello è solo un altro volto del Bene e, pensate, della Verità: bello, buono e vero sono sinonimi. Purtroppo, dai tempi di Platone è passata troppa acqua sotto i ponti: l'arte contemporanea è riuscita persino ad imporre l'estetica del brutto, ed è così che ho potuto assistere, sempre in tv, alla vendita di una bicicletta smontata, appesa ad un fondo bianco e ricoperta di grumi di vernice nera, spacciata come opera «geniale e bellissima». Badate: non sto divagando, il discorso è coerente. Perché dietro alla bicicletta distrutta decantata come opera d'arte c'è lo stesso inquinamento estetico - e morale - che conduce molti alla cura maniacale e disumana del corpo. Il dilagare della chirurgia estetica è la prova provata di ciò che affermo: perché non mi si venga a dire che sia un bel vedere la settima misura di quella cretina de La pupa e il secchione. Che siano sensuali le decine di labbra a canotto che popolano le nostre trasmissioni Che siano attraenti i volti tirati e stirati dal lifting. Ed ecco che ci ritorna in mente Platone: se la vera bellezza equivale alla verità, la chirurgia plastica è mostruosa proprio perché falsifica il corpo.

Mentre sto scrivendo quest'articolo, la radio mi regala una canzone stupenda di Lucio Battisti: La luce dell'Est. Non poteva capitare meglio! Il testo di Mogol mi offre la sponda che cercavo: «Piccoli stivali e sopra lei / una corsa in mezzo al fango e ancora lei / poi le sue labbra rosa e infine noi». Le labbra della ragazza sono rosa: ce le immaginiamo soffici e delicate. Pensate che orrore, invece, due labbra al botulino. E ancora: «Le mani rosse un poco ruvide / la mia bocca nell'abbraccio cercano / il seno bianco e morbido fra noi». Appunto: mica due bocce di plastica! Ma in questa canzone si scopre un'altra grande verità: il potere magico della cucina. «Poi seduti accanto in un'osteria / bevendo un brodo caldo che follia / io la sentivo ancora profondamente mia». Quanta poesia in queste parole così semplici, piane, garbate. Chi avrebbe mai detto che un'osteria e un brodo caldo potessero creare un'atmosfera così dolce?

Non c'era il brodo, ma comunque una serie di piatti casalinghi nel ristorante dove, poco tempo fa, ho avuto la grazia divina di mangiare: a tempo debito vi svelerò nome e località, prima è necessaria una breve digressione...
Lo scorso maggio ho partecipato ad un bellissimo viaggio a Roma organizzato dai Veterani dello Sport di Cervignano (permettetemi di ringraziare il presidente, Angelo Sinatra, ottimo organizzatore e vulcanico barzellettiere). Ebbene, i Romani credevano che ogni luogo avesse una sua entità protettrice: lo chiamavano genius loci, "spirito dei luoghi", e spesso non ne conoscevano nemmeno il sesso. Era sufficiente sapere che esisteva ovunque e comunque, e che vegliava sul corretto svolgersi della vita del luogo. Per chi avesse voglia di divertirsi, su internet ci sono delle cose davvero gustose, in bilico fra intellettualmente elevato e intellettualmente ridicolo. Già un titolo come Genius loci nello spazio terzo. La sacralità come processo culturale mi manda in sollucchero: non vuol dire alcunché, però come suona bene! Lo "spazio terzo" mi fa pensare a quelle belle formule con l'aggettivo "altro" che oggi vanno tanto di moda fra gli opinionisti: il pensiero "altro", la prospettiva "altra", e altro - ops, scusate - ancora. Noi, molto più rozzi, ci limitiamo alla definizione di genius loci che i Romani hanno già stabilito giusto quei due millenni fa, aggiungendo una sola postilla: se allo spiritello con le ali non ci crediamo più, dobbiamo comunque ammettere che ogni luogo ha realmente un suo "spirito". Per capirci: è difficile che a Porto Marghera nasca un Giovanni Pascoli, mentre è perfettamente normale che Modica abbia generato Salvatore Quasimodo.
Parlavo del viaggio. Al ritorno da Roma, ci siamo fermati a pranzo in un paesino chiamato Caprese Michelangelo. Sì, l'avete capito: è il paese che ha dato i natali al sommo maestro, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi (il giorno prima, tra l'altro, avevamo contemplato gli affreschi della Cappella Sistina e la Pietà); sono anche riuscito a vedere la casa dov'è nato (fig. 1). Qui, il genius loci si fa davvero sentire: se ne avverte la benevola protezione. D'improvviso, lo spiritello si palesa e ci fa capire che, con un paesaggio come questo (fig. 2), Michelangelo doveva nascere per forza quaggiù, come Raffaello ad Urbino e Tiziano a Pieve di Cadore. Ma il genius loci ci riserva ancora una meraviglia: la più attesa, la più sperata. Sto parlando del ristorante Buca di Michelangelo (fig. 3 e 4).

All'entrata, ci accolgono due giovani e simpatiche cameriere: occhio vispo, sorriso contagioso, e quella grazia schietta che ricorda tanto i versi del Parini nell'ode La salubrità dell'aria (suvvia, siate comprensivi, studierò Lettere per qualcosa?), laddove, contrapponendo la vita sana della campagna a quella cattiva della città (trecento anni fa!), egli celebra le «ardite villane» ("villane" nel senso di abitanti nel vicus, cioè nel borgo di campagna: non è un'offesa, sia chiaro!) e il loro «bel volto giocondo». L'ambiente, all'interno, trasmette un senso di deliziosa ospitalità: legno, mattoni rossi, piastrelle in cotto e soffitti ad arco. Fuori, due gattini alla finestra (fig. 5) rendono il luogo ancora più intimo e familiare. Dopo una breve attesa, la goduria gastronomica ha inizio.

Si parte con una sfilata di prelibati antipasti. Numero uno: salumi misti del luogo, accompagnati da un piattino di funghi con peperoncino. Numero due: crostini toscani assortiti, precisamente al pomodoro, ai fegatelli, al formaggio erborinato e ai funghi. Numero tre: un antipasto che non saprei descrivere adeguatamente (una preparazione con il pane raffermo simile alla ribollita), ma di cui conservo un ricordo bellissimo... Numero quattro: insalatina mista con scaglie di formaggio e spruzzata di tartufo.
Ecco, questo era "per aprire lo stomaco": e non dico che buon vino rosso! Fra una chiacchierata e l'altra, arrivano i primi: crespelle al tartufo per cominciare, ravioli con sugo di coniglio per finire. Dopo queste squisitezze, la verdurina serve a riprendere fiato per il secondo, che avanza imperioso in mezzo alla tavolata: è un misto di carne arrostita, ovvero agnello, maiale, pollo e - come una volta - piccione. Un trionfo di sapori, una sinfonia di gusto.
Divorata la carne, lo stomaco ha bisogno di riposare: sta per fare la sua comparsa il dolce, e a un simile appuntamento non si può arrivare impreparati. Ed eccolo, finalmente: un tiramisù che mi ha commosso. Così come le fragole, autentico rosolio. Infine, caffè con immancabile grappa al seguito per chiudere un pranzo regale.

Altro che fitness, altro che lifting, altro che arte contemporanea: il genius loci ci ha coccolato come meglio non si poteva, e che sarà mai un chiletto in più dinanzi a tal tripudio? Se a Caprese si mangia così e si gode di panorami simili, Michelangelo non poteva nascere altrove.

http://www.bucadimichelangelo.it/

 

Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4
Figura 5

Lascia il tuo commento

L'occidente in una stanza - quarta e ultima parte (...ruberia nel passato)

domenica 6 giugno 2010
Per una fruizione migliore, si consiglia di leggere il testo aprendo due schede internet contemporaneamente: in questo modo, sulla seconda scheda si potranno vedere le immagini con i relativi rimandi senza lo scomodo scorrimento in su e in giù della pagina.

Ed eccoci, finalmente, all'ultimo affresco della Segnatura: la Scuola di Atene (fig. 1). Neanche il tempo di osservarlo con calma che già sorge un problema: cosa rappresenta il contesto architettonico in cui si muovono i personaggi (in fig. 2 lo si può ammirare in tutta la sua formidabile struttura)? Alcuni hanno parlato del progetto per S. Pietro di Donato Bramante: ci credo poco, una chiesa dovrebbe avere come minimo un soffitto. La risposta giusta, a parer mio, è anche la più semplice: si tratta di una scenografia "classicheggiante" creata per suggerire un'ambientazione antica, come dimostrano anche le grandi statue di Apollo (A) e di Minerva (B) raffigurate nei muri dello sfondo. Senza altri preamboli, veniamo ora ai protagonisti del dipinto (fig. 3).

PLATONE (1), raffigurato con il volto di Leonardo da Vinci, conversa con il discepolo ARISTOTELE (2): la dialettica fra i due è illustrata da Raffaello in maniera strepitosa. Platone punta il dito verso il cielo (il mondo delle Idee) e regge una delle sue opere più belle: il Timeo, culmine della sua dottrina. Aristotele, invece, spinge la mano sinistra verso il basso (il mondo fisico), mentre nella destra tiene saldamente la sua Etica a Nicomaco. Dito in su, mano in giù: due dettagli che riassumono due sensibilità, due interessi, due caratteri differenti, ma al contempo profondamente legati l'uno all'altro.

Platone e Aristotele non sono soli; ad accompagnarli, infatti, ci sono gli allievi delle loro rispettive scuole filosofiche: l'Accademia e il Liceo (e non mi pare irrilevante che questi nomi siano sopravvissuti, pur con significati diversi). A sinistra, con il n. 3, si può forse riconoscere l'accademico SENOCRATE, mentre a destra, con il n. 4, probabilmente è raffigurato il liceale TEOFRASTO, autore di un libretto, i Caratteri, dove vengono presentati numerosi "tipi" umani (l'avaro, l'adulatore ecc.) con le loro caratteristiche.

Più in disparte rispetto al gruppo Platone - Aristotele, SOCRATE (5) istruisce i suoi allievi. Il primo fra loro è SENOFONTE (6), scrittore versatile e dallo stile impeccabile; fra le sue opere c'è anche un'Apologia di Socrate che, per quanto meno interessante dell'omonimo libro di Platone, ha contribuito ad eternare la figura del maestro ateniese quale uomo retto e nobile anche di fronte alla scellerata condanna a morte comminatagli dai suoi cittadini. Seguono il filosofo ANTISTENE (7), famoso per la sua rinuncia ai piaceri della tavola nel nome dell'autosufficienza, l'astuto e camaleontico politico ateniese ALCIBIADE (8) e l'oratore ESCHINE (9), risoluto nel cacciar via i due SOFISTI (10) che, con il loro uso manipolatorio della parola - sono gli inventori della retorica, l'arte del discorso efficace! - rappresentano il principale bersaglio polemico dei socratici. La scena è costruita con la sicurezza di chi conosce perfettamente la materia che sta trattando: il volto di Socrate, infatti, è ricalcato da quello dei busti greco-romani. Inoltre, la disposizione a cerchio dei suoi allievi è un chiaro riferimento al particolare tipo di ricerca filosofica applicata da Socrate, tutta incentrata su un dialogo fra persone di pari livello: come la levatrice aiuta la madre a far venire alla luce il suo bambino, così Socrate, con la stessa arte maieutica, è in grado di far uscire allo scoperto, attraverso il dialogo con il prossimo, quella verità che è già presente in lui e che per troppo tempo è rimasta nascosta.

Davanti ai sofisti, con il n. 11, si scorge un uomo con due volumi in mano e un mantello svolazzante: sta correndo. Può sembrare qualcosa di ininfluente, ma non lo è: i suoi movimenti scomposti contrastano con la pacatezza di tutti gli altri pensatori. Inoltre, è l'unico di cui non si vede il volto: evidentemente, dovrà restare segreto. Forse, allora, è un ADEPTO DELL'ORFISMO, famoso culto misterico i cui membri, in quanto "iniziati", non dovevano rivelarne la dottrina.

Scendendo più in basso, appaiono due personaggi molto importanti. Il primo è EPICURO (12), il secondo è ZENONE (13), fondatore dello Stoicismo, così chiamato dal greco stoà, ossia "portico": Zenone, infatti, predicava all'interno di un portico dipinto di Atene. Con una semplificazione che inorridirà gli addetti ai lavori, possiamo dire che entrambi s'interessarono prevalentemente di etica, proponendo due percorsi diversi per raggiungere la felicità, intesa sostanzialmente come assenza di dolore. Per lo Stoicismo, questo traguardo si raggiunge adeguandosi al corso della realtà, governata da una ragione ultraterrena; per l'Epicureismo, che nega qualsiasi intervento divino nell'evoluzione del mondo, è invece sufficiente seguire i piaceri naturali, distinti in naturali necessari (mangiare) e naturali non necessari (mangiare troppo), i primi da assecondare sempre, i secondi solo poche volte. Assolutamente da evitare, invece, i piaceri né naturali né necessari, primo fra tutti il potere politico: da qui il motto di Epicuro «vivi nascosto», nel senso di «vivi lontano dalla politica». Questo richiamarsi ai piaceri è stato spesso mal interpretato: si è parlato, a torto, di "edonismo", ma anche in questo caso vale lo stesso discorso fatto a proposito del carpe diem di Orazio, che infatti era un epicureo convinto. Raffaello, non a caso, "dipinge Epicuro intento a leggere un libro, ma coronato di foglie di vite, richiamo immediato al mondo conviviale. Dietro di lui, una figura sembra quasi sostenersi prendendogli le spalle: è dunque un suo discepolo, o comunque un sostenitore della sua dottrina. A mio parere è LUCREZIO (14), il poeta latino autore del bellissimo De rerum natura ("La natura della realtà"), un'opera di scienza... in versi! Gli atomi (sissignori, non li abbiamo mica scoperti noi moderni! Ci torneremo più avanti), la vita, la morte, l'evoluzione dell'uomo, gli animali, l'origine del linguaggio, i vulcani, i terremoti, il clima, la religione, la storia, l'universo: un affresco grandioso, probabilmente senza eguali, che dovrebbe essere lettura obbligatoria in tutte le scuole.

Nell'angolo sinistro, PITAGORA (15) è seguito da un folto gruppo di persone. Autore del famoso teorema sui lati del triangolo rettangolo, egli fu il primo a comprendere la natura matematica della realtà, traducibile in formule fisiche, e della musica stessa, fatta di rapporti numerici ben precisi: e proprio di armonie tonali sembrano discutere i filosofi che lo circondano, se è vero che nella lavagnetta in basso si vede la rappresentazione di una scala musicale (invenzione, per l'appunto, di Pitagora: i dettagli si possono osservare meglio in fig. 4). Con il n. 16 troviamo BOEZIO, nato nell'anno della caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476): quasi un destino già scritto per un filosofo che viene considerato l'ultimo degli antichi e al contempo il primo dei medievali. Formatosi alla scuola di Atene (appunto...), studiò approfonditamente le opere di tutti i filosofi del passato, dedicandosi non solo a problemi teologici, ma anche a questioni matematiche, geometriche e musicali: ed è proprio in quest'ultima veste che compare nell'affresco di Raffaello. Inviso al re degli Ostrogoti Teodorico per le sue posizioni politiche, fu accusato di compiere pratiche magiche - un pretesto come un altro per toglierlo di mezzo -  e incarcerato a Pavia, dove venne condannato a morte nel 525 e dove, ancora oggi, la Basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro ospita la sua tomba. In carcere, Boezio scrisse un'opera bellissima e dal titolo assai eloquente: La consolazione della filosofia.

Il n. 17 è invece EMPEDOCLE, che formulò l'ipotesi di un universo in continua formazione e disgregazione, arrivando già ad intuire il principio del "nulla si crea e nulla si distrugge". Tesi quasi opposte a quelle di PARMENIDE (18), il maestro di Elea (odierna provincia di Salerno) ritratto in chiara antitesi rispetto ai suoi vicini; secondo il filosofo campano, il movimento è un'illusione: la realtà, l'Essere, esiste in quanto immutabile ed eterno. Del tutto immerso nella sua meditazione, ERACLITO (19), sostenitore della trasformazione incessante della realtà attraverso l'armonia fra gli opposti, ha le fattezze di Michelangelo. È interessante notare come questo personaggio sia stato aggiunto solo in un secondo momento: se si guarda il cartone dell'affresco, conservato alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano (l'ho contemplato un mese fa, dedicandogli una buona mezzora; senza andare a Milano come ho fatto io, potete comunque vederlo in fig. 5...), si può osservare come Eraclito non sia presente. Il motivo di quest'aggiunta? Come per Leonardo da Vinci alias Platone, si tratta di un omaggio ad un artista vivente divenuto già un classico: negli stessi anni, Michelangelo stava affrescando pochi metri più in là una cosuccia chiamata Cappella Sistina...

Al centro della scena, DIOGENE (20) è letteralmente stravaccato sugli scalini, anticonformista fin dal suo bizzarro girovagare con il lanternino in mano, accompagnato dalla celebre frase «Cerco l'uomo». Strenuo sostenitore della necessità di ridurre all'osso i propri bisogni, fiero avversario dei tiranni e dei condottieri (incontrando Alessandro Magno, a quanto pare, gli disse «Spostati, stai oscurando il mio sole»), fu soprannominato "cane" per le sue posizioni antisociali e autarchiche. E poiché "cane", in greco, si dice kyon, genitivo kynós, si capisce da dove deriva il nostro termine "cinico"... In effetti, Diogene destava scandalo: al n. 21 si vede un personaggio che si sbraccia per chiedere al suo vicino (22) chi sia quell'arrogante buttato lì sulle scale, ma l'altro, da bravo benpensante, lo richiama subito all'ascolto di Platone e Aristotele, puntando l'indice verso di loro.

Nell'angolo destro, due figure osservano il resto della scena: il primo è PLOTINO (23), il maggiore rappresentante del Neoplatonismo; l'identità del secondo resta invece misteriosa, ma la mia proposta - solitaria, a quanto pare - è TALETE (24), unanimemente considerato il primo filosofo della storia. Con lui, il tentativo di spiegare la natura si affranca dalle vicende romantiche e divertenti del mito per diventare, a tutti gli effetti, razionale. Personaggio quasi leggendario per gli antichi, secondo la tradizione fu in grado di misurare l'altezza della piramide di Cheope attraverso il semplice ausilio della sua stessa ombra e di quella del suo bastone piantato nel terreno. Ricordandovi che, nella Scuola di Atene, ogni dettaglio ha un significato preciso, vi invito a guardare bene il nostro personaggio: quello che tiene in mano è proprio un bastone.

Scendendo più in basso, un folto gruppo si riunisce attorno ad EUCLIDE (25), il fondatore della geometria occidentale, qui ritratto con il volto dello zio, l'architetto Donato Bramante, direttore della fabbrica di S. Pietro. Mentre il matematico è impegnato a tracciare una figura con il compasso, dietro di lui troviamo due astronomi: TOLOMEO (26) e ZOROASTRO (27), il famoso profeta persiano noto anche con il nome di Zarathustra, l'unico intellettuale "esotico" dell'affresco assieme all'arabo AVERROÈ (28). E fa un certo effetto pensare come, negli stessi anni in cui Raffaello dipingeva la Scuola, un giovane neolaureato in diritto canonico lasciava l'università di Ferrara, forte delle sue letture di classici greci e latini, per tornare nella sua Polonia e apprestarsi, da laggiù, a spazzare via per sempre il modello universale di Tolomeo su cui l'umanità si era retta per millenni: quel giovane, convinto che fosse la Terra a girare attorno al Sole e non viceversa, si chiamava Mikołaj Kopernik e avrebbe latinizzato il suo nome in Nicolaus Copernicus...

Una certa attenzione merita il personaggio al n. 29. Nonostante sia posto fra il gruppo dei platonici e quello dei socratici, il suo isolamento è totale: non dialoga, ma nemmeno guarda gli altri dialogare. Tutto ciò mi fa pensare ad un filosofo le cui dottrine sono rimaste, a suo tempo, inascoltate (ma la scienza gli avrebbe dato ragione): DEMOCRITO, in posizione avanzata rispetto al suo maestro LEUCIPPO (30). Pensatore originale e affascinante, su di lui ha pesato il silenzio assoluto imposto da Platone, che lo considerava alla stregua di un empio in quanto negatore dell'immortalità dell'anima. Secondo Democrito, gli elementi della natura nascono dall'aggregazione di particelle minime indivisibili, dette "atomi" (il greco a-tomos vuol dire proprio "non separabile"), senza alcun intervento di... regia dall'alto, diciamo così! Per questo, Dante lo definisce colui «che il mondo a caso pone». Sembra incredibile, ma un greco aveva già intuito uno dei principi più rivoluzionari della fisica moderna: a parte Epicuro e Lucrezio, però, nella filosofia classica l'atomismo rimase posizione isolata.

Raffaello, in questo tempio della cultura, ritrae anche due contemporanei: è l'omaggio necessario ai suoi protettori e mecenati. Anche se il piccolo FEDERICO GONZAGA (31), vista la tenera età, non avrà potuto garantire appoggi di sorta al pittore, la sua presenza qui sarà stata gradita alla mamma: e quando tua mamma si chiama Isabella d'Este, non è poi così difficile essere immortalati per sempre in un affresco! Con il n. 32 c'è invece FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, nipote di papa Giulio II: anche in questo caso, vale la regola sopra ricordata... Ma se la politica esige il suo spazio, Raffaello non rinuncia alla civetteria di farsi l'autoritratto (33), mentre accanto a lui compare l'amico e allievo Giovanni Antonio Bazzi (34), ribattezzato IL SODOMA per motivi facilmente comprensibili. Una nota simpatica per concludere l'analisi della Scuola di Atene.

UN ULTIMO APPUNTO SULLA STANZA DELLA SEGNATURA

Al termine di questa lunga cavalcata (ben quattro puntate), mi fa piacere chiudere con due personaggi che ho volutamente lasciato per ultimi. Al n. 35, un ragazzino prende appunti su ciò che stanno dicendo Platone e Aristotele, mentre una persona più matura lo osserva sbirciando nel quadernetto (36): chi sono? Nessuno lo sa, ma il loro interesse nei confronti della cultura ci sia da esempio. Perché il vero Occidente è tutto qui: in questa sete di conoscenza che lo alimenta da millenni. Il vero Occidente è tutto qui: è tutto nella Stanza della Segnatura.

P.S.

Per chi fosse interessato ad un viaggio sulle orme di Raffaello, ecco i consigli del sottoscritto: partire da Urbino, la sua città natale (fig. 6), per poi passare a Milano (Accademia di Brera e Pinacoteca Ambrosiana), Firenze, e terminare a Roma, che ospita buona parte delle sue opere, sparse fra ville e musei; l'ultima tappa dovrà essere il Pantheon, all'interno del quale si trova la sua tomba (fig. 7), meta di pellegrinaggi infiniti. Mi sono serviti alcuni anni per realizzare questo viaggio, ma ne è valsa la pena, credetemi!

Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4
Figura 5
Figura 6
Figura 7

L'occidente in una stanza - terza parte (...ruberia nel passato)

venerdì 21 maggio 2010
Per una fruizione migliore, si consiglia di leggere il testo aprendo due schede internet contemporaneamente: in questo modo, sulla seconda scheda si potranno vedere le immagini con i relativi rimandi senza lo scomodo scorrimento in su e in giù della pagina.

Focalizziamo la nostra attenzione sulla Disputa del Sacramento (FIG. 1). Innanzitutto, perché si chiama così? Il titolo, che comunque non è raffaellesco, è leggermente fuorviante; "disputa", nel Cinquecento, indicava semplicemente una discussione filosofica, in questo caso con oggetto il Sacramento raffigurato sopra l'altare: l'Eucaristia (in realtà si tratta di un simbolo che riunisce, in un'unica, estrema sintesi, tutti gli argomenti che sono stati analizzati dagli intellettuali cristiani). È la Chiesa vista nel suo sviluppo storico e critico, calata nella storia umana in tutta la sua problematicità: una rappresentazione originale e audace, credo senza precedenti.

In basso, Raffaello schiera la Chiesa militante, ossia quella impegnata in mezzo agli uomini, che ha operato attraverso i suoi filosofi, i suoi saggi, i suoi papi. Sospesa fra cielo e terra, sostenuta da un "lettino" di nuvole (in realtà angeli dipinti come nubi), la Chiesa trionfante si mostra con i suoi santi, i suoi martiri, i suoi evangelisti e ovviamente Cristo al centro, affiancato dalla Vergine Maria e da San Giovanni Battista; in alto,  una schiera di angeli (alcuni ben visibili, altri dipinti a mo' di nuvole, come prima) circondano la figura di Dio. Ma chi sono, nel dettaglio, i personaggi raffigurati in questo meraviglioso affresco? Esaminiamo, dunque, la FIG. 2.

Dio, in alto al centro, non credo abbia bisogno di presentazioni, se così si può dire... così come Gesù in trono, Maria e San Giovanni Battista: la colomba, sotto il seggio di Cristo, simboleggia lo Spirito Santo e dunque completa la Trinità assieme al Padre e al Figlio. Ai lati della colomba sacra, i quattro evangelisti sono rappresentati come angeli: MATTEO (A), MARCO (B), LUCA (C) e GIOVANNI (D) reggono il loro rispettivo libro. Convenzionali, ma non per questo meno interessanti, le figure della Chiesa trionfante: da sinistra a destra, ecco S. PIETRO (1), ben riconoscibile grazie alle famose "chiavi", ADAMO (2), S. GIOVANNI EVANGELISTA (3, qui presente non tanto come autore di uno dei vangeli - in quella veste è già posto sotto il trono di Cristo -, bensì come scrittore dell'Apocalisse), re DAVIDE (4), S. STEFANO, primo martire della Chiesa (5), il profeta GEREMIA (6), il condottiero GIUDA MACCABEO (7), che nel II sec. a.C. lottò per la sopravvivenza dell'ebraismo contro l'ellenizzazione forzata della sua terra, S. LORENZO (8), anch'egli, come Stefano, con la palma del martirio, MOSÈ (9) con le tavole della legge, S. MATTEO (10), ABRAMO (11), raffigurato con il coltello del sacrificio di Isacco, e infine S. PAOLO (12), il grande viaggiatore della fede.

La Chiesa militante, nella parte bassa dell'affresco, è la risposta cristiana alla Scuola di Atene. Si parte con i quattro massimi Dottori della Chiesa, gli unici ad avere il privilegio di un trono tutto per loro. Il primo è papa GREGORIO MAGNO (13), vissuto dal 540 al 604, noto aver dato vita al "gregoriano", il celebre canto rituale in lingua latina (anche se i primi codici medievali che ce lo testimoniano risalgono appena al IX sec.). Grande uomo di fede e di cultura, scrisse molte opere dottrinali, una delle quali è citata da Raffaello: il volume che si trova ai piedi del santo è il Liber moralium in Iob, ampio commento al libro veterotestamentario di Giobbe. Accanto a Gregorio, S. GIROLAMO (14), con l'immancabile leone al suo fianco, è ritratto assieme alle sue Epistole e, soprattutto, alla sua Vulgata, ossia la versione latina del Vecchio e Nuovo Testamento (vd. anche FIG. 3): una traduzione fondamentale, il libro su cui nascerà l'Europa e su cui la Chiesa ha predicato il messaggio di Dio fino, di fatto, al Concilio Vaticano II del 1962. Ancora oggi, comunque, le versioni della Bibbia tradotte nelle lingue moderne non posso fare a meno di confrontarsi con l'opera, straordinaria, di S. Girolamo.

Di fronte a Gregorio e Girolamo, sull'altro lato rispetto all'altare, siedono S. AMBROGIO (15) e S. AGOSTINO (16), quest'ultimo intento a dettare qualcosa al suo segretario (17). L'importanza del primo, nato nel 340 e morto nel 397, è enorme: definito da alcuni "l'inventore di Milano" (ancora oggi detta "la città ambrosiana", così come la sua Biblioteca storica più importante, che pure fu fondata da Federico Borromeo appena nel 1600...), ne fu vescovo probo e caritatevole, mecenate delle arti e amante della cultura, ma soprattutto un formidabile uomo d'azione. S. Agostino, che proprio da Ambrogio fu spinto alla conversione, ebbe invece un'influenza enorme su tutto lo sviluppo del pensiero successivo, non solo religioso: nessun filosofo degno di questo nome, nemmeno il più convinto fra gli atei, ha potuto fare a meno di confrontarsi con le opere del grande maestro di Ippona. Autore di un numero incredibile di scritti, è passato alla storia soprattutto per due di questi: le bellissime Confessioni, una sorta di autobiografia spirituale, e La città di Dio, un'opera vastissima e complessa dove Agostino fa il punto su tutta la storia e la cultura della classicità, consegnandola al Medioevo.

Oltre ai quattro massimi Dottori della Chiesa, nella Disputa troviamo anche due papi molto importanti. Al n. 18, ecco INNOCENZO III, con in mano una curiosa foglia di palma (vd. anche FIG. 4): perché? La foglia è un'allusione al sogno che il pontefice fece il giorno dopo aver incontrato l'ancora poco noto S. Francesco: nel sogno, una palma cresceva gradualmente ai suoi piedi, fino a raggiungere una statura d’uomo, per poi assumere le sembianze proprio di Francesco. L'episodio, secondo la leggenda, convinse il papa a dare il suo appoggio nei confronti di quel "poverello di Assisi": una scelta coraggiosa... e vincente. A poca distanza da Innocenzo III, Raffaello ha inserito lo zio di papa Giulio II: SISTO IV, al secolo Francesco Della Rovere (n. 19); a terra giace il suo importante trattato De sanguine Christi ("Riguardo al sangue di Cristo").

La Chiesa militante, però, non finisce qui: sono ancora molti i personaggi dell'affresco. Al n. 20 c'è GREGORIO DI NISSA (335 - 394), che nel capitolo 37 del suo Grande discorso catechistico discorre diffusamente sulla natura dell'Eucaristia, sostenendo con vigore come nell'ostia consacrata ci sia effettivamente la presenza di Cristo: guarda caso, nella Disputa, Gregorio invita S. Girolamo a guardare la particola sull'altare. Con il n. 21 si distingue GIUSTINO MARTIRE, interessante figura di intellettuale convertitosi dal paganesimo al messaggio evangelico: un uomo che pagò con la vita la sua scelta, in anni in cui le persecuzioni contro i Cristiani erano ancora furiose. Con una trovata che mi fa amare Raffaello ancora più di quanto non lo amassi già, l'artista rappresenta Giustino con il dito all'insù: non vi ricorda nulla? Ma è ovvio: è un richiamo esplicito al Platone della Scuola di Atene (vd. FIG. 5), che come sappiamo sta sulla parete opposta rispetto al nostro affresco. E perché questo richiamo? Semplice: Giustino fu il più "platonico" dei filosofi cristiani... La somiglianza fra i due è anche nei volti: se quello di Platone ha senz'altro le fattezze di Leonardo da Vinci, possiamo dire lo stesso di Giustino? Io credo proprio di sì!

Sull'altro lato, al n. 22, è presente ORIGENE, autore di tanti scritti d'argomento sacro e soprattutto della cosiddetta Hexapla, prima vera edizione filologica della Bibbia: il titolo greco, che significa "sei colonne", ricalca il lavoro compiuto da Origene, il quale presentò per l'appunto su 6 colonne le 6 versioni dei Testamenti che circolavano nella sua epoca (siamo nel III sec. d.C.!). Ci sarebbe voluto S. Girolamo, più di un secolo dopo, per fare piazza pulita di tutte le traduzioni inutili, ma senza Origine non ci sarebbe stato Girolamo... Più defilati, con i numeri 23 e 24, S. ANSELMO D'AOSTA e S. ALBERTO MAGNO rappresentano i vertici assoluti della filosofia medievale, assieme a GIOVANNI SCOTO (25), soprannominato "dottor sottile" per la raffinatezza dei suoi ragionamenti, e soprattutto a S. TOMMASO D'AQUINO (26), pilastro assoluto della Scolastica. Un pilastro che, però, ebbe almeno un nemico giurato: SIGIERI DI BRABANTE (27), che Raffaello dipinge col volto... di Bramante, giocando sull'affinità nominale! Sigieri fu propugnatore di idee considerate, da alcuni suoi contemporanei, "eretiche": si capisce, dunque, la curiosità dei personaggi dipinti attorno a lui nella Disputa, tutti intenti a sbirciare nel libro che egli ha in mano. Il Brabante-Bramante si rivolge a un uomo vestito completamente di bianco e dai lunghi capelli biondi: a quanto pare, è FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE (28), nipote di papa Giulio II. Per tornare ai filosofi della Scolastica, vediamo al n. 29 S. BONAVENTURA, che con il suo Itinerarium mentis in Deum ("Itinerario della mente verso Dio") diede il destro a Dante per scrivere il viaggio dottrinale della Divina Commedia. A chiudere il cerchio ci sono SCOTO ERIUGENA (30), il grande intellettuale irlandese del IX secolo, strenuo difensore della ragione accanto alla necessità della fede, e GUGLIEMO DI OCKHAM (31), pensatore del Trecento che ha dato un notevole contributo alla nascita della scienza moderna.

Una gradita sorpresa ci aspetta al n. 32: è DANTE, già raffigurato nel Parnaso in qualità di poeta. Molto meno gradita la sorpresa al n. 33: nascosto dietro agli altri volti c'è GEROLAMO SAVONAROLA, l'odioso predicatore di Firenze attivo nel Convento di S. Marco (quello affrescato nella prima meta del Quattrocento da BEATO ANGELICO, qui presente al n. 34). Che ci fa nella Disputa, nonostante la scomunica e la morte sul rogo avvenuta nel 1498 per volere di papa Alessandro VI? Che ci piaccia o no, Savonarola ebbe molta presa sui contemporanei grazie alle sue prediche "moralizzatrici". C'è anche da dire che papa Giulio II, il committente del nostro artista, odiava a morte il suo predecessore, per l'appunto carnefice del Savonarola: per screditarlo, si poteva anche riabilitare il frate di Firenze...

Dopo l'analisi completa dei personaggi, resta da spiegare un ultimo punto: cos'è la costruzione raffigurata al n. 35? Nella FIG. 6 la vediamo nel dettaglio: è un palazzo tondeggiante, ancora in fase di realizzazione. Vogliamo lasciarci un po' andare? Ma sì, dai. E allora io dico che la costruzione allude al cantiere della basilica di S. Pietro, diretto in quegli anni da Donato Bramante, zio di Raffaello. Prove a conforto della mia tesi? Nessuna, però gli indizi non mancano: li ho esposti nella stessa fig. 6. Nel 1506, Cristoforo Foppa realizza un medaglione con l'immagine del progetto bramantesco per la Basilica: le affinità con il palazzo rappresentato da Raffaello sono molte. Del resto, non sarebbe la prima citazione dello zio da parte del nipote: lo sfondo del celebre Sposalizio della Vergine (opera del 1504) è una ripresa esplicita del tempietto sul Gianicolo, realizzato da Bramante nel 1502. A voi il giudizio, miei cari lettori... In ogni caso, appuntamento alla prossima puntata, che sarà dedicata al pezzo forte della Stanza: la Scuola di Atene.

Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4
Figura 5
Figura 6

L'occidente in una stanza - seconda parte (...ruberia nel passato)

sabato 24 aprile 2010

Abbiamo già visto come Raffaello e papa Giulio II abbiano concepito la decorazione della Stanza della Segnatura nella chiave dell’incontro e della fusione fra il mondo classico e il mondo cristiano: lo si capirà ancora meglio nelle prossime righe.
Le due lunette più piccole della Stanza (ne ha quattro) sono occupate da due importanti raffigurazioni: da una parte, le Virtù Teologali e Cardinali [FIG. 1]; dall’altra, di fronte, il sublime Parnaso [FIG. 2]. È il dialogo fra due rappresentazioni: il Bene cristiano e il Bello pagano. Sotto queste due lunette abbiamo due coppie di scene ad esse rispettivamente collegate: si veda la fine dell’articolo precedente, dove tuttavia dicevo che avremmo approfondito questi soggetti, cosa che invece non faremo per oggettivi problemi di lunghezza…

La lunetta delle Virtù [FIG. 3] è strutturata con grande senso dell’equilibrio. Le 4 Virtù Cardinali, ossia quelle riguardanti l’uomo (una delle quali, la GIUSTIZIA, non è presente nella lunetta, bensì nella volta; vedi articolo precedente), sono rappresentate come delle donne vestite di tutto punto; le 3 Virtù Teologali, invece, ossia quelle proprie di Dio, sono raffigurate con degli amorini. La FORTEZZA (A) tiene in mano un ramo di quercia, simbolo di resistenza e potenza; a scuotere il ramo, e dunque a scuotere le persone più forti, c’è la CARITÀ (B). La PRUDENZA (C) è dipinta con due facce, poiché prudenza significa guardarsi alle spalle e guardare da più punti di vista; dietro ad essa, il fuoco sempre acceso della SPERANZA (D) è sollevato dal relativo angioletto. La TEMPERANZA (E) tiene le redini in mano (quale immagine migliore per dare l’idea di quella virtù che “imbriglia” gli istinti?); infine, la FEDE (F), neanche a dirlo, punta il dito verso il cielo e lo sguardo verso lo spettatore, per coinvolgerlo direttamente.
Passiamo ora sulla parete opposta per contemplare l’affresco del Parnaso [FIG. 4], il monte greco simbolo della poesia in quanto residenza delle Muse.
Al centro, col n. 1, a sovrintendere tutto il gruppo c’è il sommo dio della bellezza: APOLLO, con la sua immancabile cetra. Attorno a lui si schierano le 9 Muse, le divinità che proteggono le arti: sono quattro a sinistra del dio e cinque a destra. Da questo preciso momento l’attribuzione dei nomi ai vari personaggi è tutt’altro che concorde: queste sono le mie proposte.

Al n. 2 vediamo CALLIOPE, la musa della poesia epica, l’arte che canta di dei ed eroi, di guerre e imprese leggendarie. È il genere letterario rappresentato magnificamente dall’Iliade e l’Odissea di Omero (il quale appare a pochi passi dalla sua Musa, al n. 12) e dall’Eneide di Virgilio (anch’egli presente nei pressi, al n. 14): il genere con il quale l’Occidente ha sempre fatto i conti. Raffaello lo sa bene ed è per questo che Calliope domina la scena assieme ad Apollo; la dea, tra l’altro, tiene in mano lo scettro con cui gli aedi, ossia gli antichi cantori dell’epica, prendevano la parola in pubblico: uno strumento di prestigio e di autentica sacralità.
Con la sua veste impreziosita da un volto mascherato (appena visibile, ma c’è, guardate bene…), MELPOMENE (n. 3) ispira gli scrittori di tragedie, un genere teatrale che ebbe grande fortuna nella Grecia classica e scarsissima a Roma, ma ritornato in auge nel Rinascimento grazie ad un autore quale Angelo Poliziano (eccolo, per l’appunto, al n. 15). Alla destra di Melpomene, quella figura (n. 4) con lo sguardo indirizzato al cielo credo non lasci dubbi: si tratta di POLIMNIA, la musa della poesia religiosa ed eroica. TERSICORE (n. 5), invece, è la dea che ispira la danza, arte profondamente legata a quella protetta da Polimnia: proprio per questo, con una soluzione tanto semplice quanto efficace, Raffaello ritrae Tersicore nell’atto di abbracciare la sua “collega” più vicina.
La prima musa a destra di Apollo (n. 6), in piedi, è CLIO, la dea della storia, libro in mano e occhi puntati verso Apollo e Calliope (con la quale condivide il compito di eternare la fama e la gloria dei grandi personaggi, sebbene in forme diverse). Ai suoi piedi, EUTERPE (n. 7) regge una lira, segno distintivo della poesia per l’appunto lirica, nata nella Grecia arcaica assieme all’accompagnamento musicale, convertita in letteratura unicamente “da leggere” a Roma, nuovamente musicata in età medievale prima e rinascimentale poi. La differenza con le altre forme di poesia, volendo semplificare all’osso (mi perdonino gli addetti ai lavori), è tutta nei contenuti e nel ruolo che ha il poeta: se negli altri campi l’autore è “esterno” rispetto a ciò che canta - e per questo non può intervenire direttamente in prima persona, anche se i modi per dire la propria opinione sono comunque molti -, nella lirica è lui che parla, con il suo “io” ben dichiarato. In questo senso, la lirica è l’esatto contrario dell’epica, il genere che più di tutti prevede l’annullamento del poeta dietro al suo racconto: guarda caso, Raffaello dipinge Calliope ed Euterpe in forma speculare, con Apollo al centro, quasi nel ruolo di “mediatore”.
Accanto a Clio, con il n. 8, TALIA s’inserisce nella scena con una maschera in mano: è l’oggetto che la contraddistingue, in quanto musa protettrice della commedia teatrale. Al suo fianco (n. 9), riconoscibile per il dito puntato verso il cielo, è URANIA, la dea dell’Astronomia e della geometria, anticamente considerate discipline “umanistiche”. Infine, girata di spalle - difficile dire il perché -, troviamo ERATO (n. 10), la divinità della poesia amorosa.
Chiuso il cerchio delle Muse, sul lato sinistro si raggruppano alcuni poeti di sommo livello: con il n. 11 è DANTE, significativamente equiparato al più grande poeta dell’antichità classica, ossia OMERO (n. 12), rappresentato con geniale sintesi da Raffaello. Il poeta, infatti, protende la mano verso un giovane seduto ai suoi piedi e solleva la testa verso il cielo: è ispirato dagli dei e i suoi occhi, che pure sono chiusi per la cecità, gli permettono di vedere molto più in profondità nelle vicende umane rispetto ad ogni altro. Viene da chiedersi, a questo punto, chi sia il ragazzo (n. 13) cui Omero sta dettando i suoi versi: le interpretazioni, diciamolo subito, sono molte e tutte controverse. Segnalo soltanto una cosa che, a quanto pare, è passata sempre inosservata: la singolare somiglianza di questa figura con quella che, nella Scuola di Atene, prende appunti su ciò che dicono Platone e Aristotele nel loro dialogo al centro della scena (vedi FIG. 5). Nel caso del ragazzo del Parnaso, tuttavia, non si può parlare di veri e propri appunti: Omero gli sta letteralmente dettando i suoi versi. E se è così, io credo che non possano esserci molti dubbi: il fanciullo è il poeta latino ENNIO, che in uno dei suoi versi più noti ricorda come gli sia apparso in sogno il grande autore dell’Iliade e dell’Odissea, venuto a chiedergli di cantare ai Latini la nascita e lo sviluppo di Roma. E, in effetti, così fu: Ennio, poeta noto solamente agli studenti di liceo, meriterebbe invece una conoscenza vastissima in virtù della sua straordinaria importanza nella storia della letteratura occidentale. Fu lui il primo romano a scrivere poesia in un metro fino a quel momento prettamente greco: l’esametro, in un certo senso il corrispondente, per ruolo e valore, dell’endecasillabo italiano (quello di «Nel mezzo del cammin di nostra vita», per capirci). Fu lui, inoltre, ad introdurre nel mondo latino il culto poetico delle Muse e a dare il via alla diffusione della filosofia greca a Roma. Nel Parnaso, Ennio è uno dei pochi a non avere il capo cinto di lauro: non è, dunque, un poeta “laureato”, ma ciò non sminuisce la sua importanza.
Alle spalle di Omero, un uomo (n. 14) indica le 9 Muse: è VIRGILIO, l’immenso poeta delle Bucoliche, delle Georgiche e soprattutto dell’Eneide, il poema epico dei Romani, la storia di Enea e dei suoi esuli in fuga dalla città di Troia in fiamme e alla ricerca di una nuova patria. La sua posizione arretrata rispetto ad Omero è dovuta al fatto che Virgilio ne fu un “imitatore”: oggi nessuno concorda con questa visione limitativa, ma dobbiamo comprendere l’esigenza di schematizzazione che assilla Raffaello, costretto ad inserire decine di personaggi in uno spazio piuttosto angusto. Dietro a Virgilio, invece, fa capolino un autore che le nostre antologie scolastiche, purtroppo, sacrificano in poche righe: è ANGELO POLIZIANO (n. 15), umanista del Quattrocento, autore di opere teatrali, di formidabili saggi filologici sugli autori antichi (la filologia classica, ossia il mio mestiere, deve tutto a questo grande intellettuale), nonché di poesie in italiano, latino e addirittura greco antico, lingua che padroneggiava alla perfezione in un’epoca in cui studiarla era ancora privilegio di pochissimi.
Sul lato destro sono schierati BALDASSAR CASTIGLIONE (n. 16), uomo di cultura e di politica del Cinquecento, GIOVANNI BOCCACCIO (n. 17), il trecentesco autore del Decameron, e la poetessa VITTORIA COLONNA (n. 18), grande figura di donna del Rinascimento, protagonista dei circoli intellettuali più raffinati dell’Italia di allora. Accanto, il poeta latino OVIDIO (n. 19), che con le sue Metamorfosi ha popolato l’immaginazione di tutto l’Occidente: questa, almeno, è l’identificazione che propongo io, di contro all’opinione di molti. Poco sotto, con lo sguardo rivolto allo spettatore del dipinto, LUDOVICO ARIOSTO (n. 20) è già inserito fra i grandi: all’epoca dell’affresco (1508 - 1511) aveva scritto solo alcune commedie e stava mettendo in cantiere il suo futuro capolavoro, l’Orlando Furioso. Segue un gruppetto di tre personaggi: il più in basso (n. 21) è il mio adorato ORAZIO, poeta latino al quale ho dedicato già due puntate di questo blog; a rivolgergli la parola, con il n. 22, è l’amico PROPERZIO, verseggiatore romano di rara maestria; un po’ in disparte, invece, è JACOPO SANNAZARO (n. 23), poliedrico letterato vissuto a cavallo fra Quattrocento e Cinquecento, animatore di fiorenti circoli intellettuali e autore di un romanzo d’ambientazione bucolica, l’Arcadia, che ebbe notevole impatto su tutta la letteratura europea dei secoli successivi.
Poesia latina, poesia medievale, poesia contemporanea a Raffaello e Giulio II: può mancare la poesia greca, quella da cui è partito tutto? Ovviamente no. Ed ecco, allora, quattro protagonisti della lirica greca arcaica: ALCEO (n. 24), ANACREONTE (n. 27) e addirittura due donne, la bella CORINNA (n. 25) e persino la “scandalosa” SAFFO (n. 28), autrice di versi che molti, ancora oggi, considerano “scabrosi”, quando invece rappresentano - ed evidentemente il papa lo sapeva - una delle più alte testimonianze dell’arte prodotta dall’Occidente. Saffo tiene in mano un cartiglio con il suo nome: è l’unico caso in tutto l’affresco, creato apposta per fare assoluta chiarezza in una foresta di personaggi dall’identità dubbia. In mezzo ai greci, a testimoniare un riconoscimento del suo assoluto valore, c’è un autore che di greco non ha nulla: è l’ideatore del Rinascimento, il pioniere della riscoperta dei classici, l’intellettuale più influente di tutta la nostra storia. In due parole, FRANCESCO PETRARCA (n. 26).

Le Virtù e il Parnaso, l’abbiamo visto, sono due facce della stessa medaglia: quella del Bene, che è sempre padre del Bello. Vedremo nella prossima puntata la straordinaria costruzione filosofica del penultimo affresco della Stanza della Segnatura: la Disputa del Sacramento. La quarta (ne ho aggiunta una, perdonatemi…) e ultima, invece, sarà dedicata al pezzo forte: la Scuola di Atene.

Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4
Figura 5

L'occidente in una stanza - prima parte (...ruberia nel passato)

martedì 23 marzo 2010

Quando si può dire che una civiltà prende coscienza di se stessa? Quando dichiara apertamente le proprie origini. Chi mi conosce bene sa quanto io sia un fervente sostenitore della necessità che l'Unione europea inserisca, nei propri statuti, un riconoscimento ufficiale dell'importanza storica e culturale delle proprie radici cristiane. Purtroppo, a Strasburgo, da questo orecchio non ci sentono; si fa di tutto per dimenticare, come se ci si dovesse vergognare della propria identità per inseguire un malinteso senso di multiculturalismo a tutti i costi: ma il multiculturalismo si fa appunto con le culture, non con l'oblio delle stesse. Dove sta scritto che per confrontarmi con un musulmano devo rinunciare a dichiarare chi sono? Le differenze non sono un ostacolo; non devono essere appianate, come si sente dire dal politicamente corretto che impera in tv: semmai vanno conosciute, capite, accettate e apprezzate. Venezia, la «città-mondo» come la ribattezzò lo storico Fernand Braudel, era la patria della multietnicità: eppure è difficile trovare un luogo sul pianeta così carico di identità forte e orgogliosa.

Ho voluto cominciare con queste parole perché le ritengo necessarie per affrontare l'analisi di uno dei momenti più esaltanti della storia dell'arte di tutti i tempi: la premessa, si capirà in seguito, era davvero d'obbligo.

Ci sono dei luoghi, delle opere d'arte, talvolta anche delle persone che hanno la capacità straordinaria di riassumere un intero periodo storico. Per comprendere il Medioevo, la Divina Commedia di Dante è infinitamente migliore di qualsiasi saggio storico, mentre se si studia il Settecento non c'è niente di meglio della visione di Barry Lyndon, geniale film di Stanley Kubrick... Ma se vogliamo pensare più in grande, se vogliamo pensare a qualcosa che renda perfettamente l'idea dell'intera civiltà occidentale, basta andare a Roma, in Vaticano, ed entrare nella Stanza della Segnatura, dove da cinquecento anni esatti risplendono gli affreschi realizzati da Raffaello.

Innanzitutto, un minimo di storia del luogo. Siamo in Vaticano, l'abbiamo detto, e precisamente nella sala destinata alla firma e al sigillo - la "segnatura", appunto - dei documenti più importanti: in origine venne pensata anche come sede della biblioteca di papa Giulio II (un Della Rovere, cognome che ci tornerà utile in seguito), personaggio su cui devo spendere almeno due parole. Non sarà stato un pontefice particolarmente attento alla fede e alla spiritualità, però che genio, signori! Salito al soglio papale nel 1508, morì nel 1514: un pontificato breve, di quelli che alcuni chiamerebbero "di transizione", ma Giulio II non fu certo un uomo di transizione. Fermiamoci un momento e proviamo a immaginare la Chiesa d'inizio Cinquecento. Gerolamo Savonarola è finito sul rogo pochi anni prima, Giordano Bruno ci finirà pochi anni dopo, Galileo sarà costretto ad abiurare le sue tesi scientifiche per non fare la stessa fine; in America del Sud, a partire dal 1519, si perpetreranno nel nome di Cristo le più abominevoli atrocità nei confronti dei nativi; nel 1517, Martin Lutero affiggerà le sue 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg, facendo esplodere la Riforma protestante e la risposta cattolica della Controriforma. Diciamolo: quella non era propriamente la chiesa di Cristo... Giulio II, però, morirà prima rispetto a questi episodi, di cui ovviamente non è responsabile: fu senz'altro a capo di guerre, assedi, scontri di potere, ma non lo si può accusare di aver compiuto atrocità. E in un contesto come quello, bisogna sottolineare la sua strepitosa e spregiudicata abilità politica, che infatti non passerà inosservata al grande Niccolò Machiavelli, come si può leggere nel suo celebre saggio Il Principe.

Energico e dal carattere irascibile, Giulio II aveva dalla sua una formidabile capacità di capire il talento delle persone: Michelangelo, prima del vulcanico Della Rovere, non sapeva di essere in grado di affrescare la Cappella Sistina... Quando Raffaello arrivò a Roma, nel 1508, la "raccomandazione" di suo zio Donato Bramante (fenomenale architetto) fu decisiva, ma l'intuito del Papa fu immediato: capì che quel giovanotto di Urbino aveva il dono di una pittura calda, perfetta, divina, e gli diede il compito di affrescare la Stanza. Ma quale doveva essere il soggetto?

La Stanza, affrescata in ogni suo centimetro, è più o meno un quadrato formato da quattro ampie lunette sovrastate da una cupola. L'idea che sta alla base del ciclo di affreschi è semplice quanto geniale: l'incontro fra la tradizione greco-romana e il Cristianesimo. È una dichiarazione ideologica ben precisa: chiunque sia l'ideatore di questa cattedrale della cultura - Giulio II, Raffaello o chi altro -, questi ha voluto rappresentare in una stanza l'intera nostra civiltà. Oggi, in un'epoca di oblio della memoria, alcuni finti intellettuali non tarderebbero un secondo a scorgere, dietro a questo straordinario senso delle proprie origini, una malcelata vena di "fascismo" o di "nazionalismo", persino di "imperialismo": i messia del multiculturalismo senza la cultura, infatti, credono che ad essere fieri testimoni e propugnatori delle proprie radici si commetta peccato mortale. Eppure, la vera tolleranza parte innanzitutto dalla conoscenza della propria identità: come posso aprirmi allo straniero se io stesso sono uno straniero nella mia cultura?

Raffaello e Giulio II, per nostra fortuna, avevano un'idea forte di Occidente: un Occidente popolato da filosofi e scienziati della classicità che dialogano con i dottori della Chiesa, da dei pagani che incontrano i personaggi della Bibbia, da poeti greci e romani che parlano con poeti medievali, da uomini del diritto romano posti accanto a protagonisti del diritto ecclesiastico. Non ci sono, se non in minima parte, gli imperatori, i condottieri, i personaggi che hanno fatto la "Storia con la maiuscola" dell'Occidente: ci sono invece gli uomini che ne hanno costruito il pensiero, ne hanno plasmato il volto, ne hanno forgiato lo spirito. Per questo, dinanzi ad una così grandiosa sintesi artistica e culturale, mi chiedo come si possa condividere le tesi di Claudio Strinati, che nel n. 97 (anno 1995) di Art Dossier, p. 32, parla di «sbalorditivi brani di pittura che tuttavia non conoscono altro cemento di costruzione se non la paratassi: e questo è emblema di superficialità, non di dottrina». Con "paratassi", Strinati intende "disposizione in serie": Raffaello, dunque, avrebbe disposto le sue figure senza alcuna reale sintesi unitaria, come gli oggetti nella vetrina di un rigattiere. Opinione che trovo assurda, specie dalla penna di un insigne studioso come lui: farò in modo che i motivi del mio dissenso appaiano chiari e fondati. Perché quello che voglio proporvi è appunto un viaggio esaltante in tre puntate alla riscoperta della Stanza della Segnatura... e dell'Occidente.

In questa prima puntata, visto lo spazio che ho già impiegato per le mie chiacchiere, mi limiterò a una rapida analisi del ciclo di affreschi. Per una migliore fruizione delle immagini, consiglio di aprire un'altra scheda internet per poter avere testo e immagine sullo stesso piano.

La Stanza, come già ricordato, è un quadrato quasi perfetto sormontato da una cupola (si veda la Figura 1) e ha come tema figurativo la fusione fra Cristianesimo e mondo classico. Per capire meglio il tutto, è utile partire dai due affreschi principali posti nelle due lunette più grandi: la Disputa del Sacramento e la Scuola di Atene. Nel primo sono raffigurati i sommi maestri del pensiero cristiano, come S. Agostino e S. Tommaso, nel secondo i massimi esponenti della filosofia antica, da Socrate ad Aristotele, da Platone ad Eraclito; i due dipinti sono posti significativamente uno di fronte all'altro, in un vero e proprio dialogo: non c'è scontro, c'è incontro. Nelle lunette minori il binomio classico-cristiano si ripete: sul lato destro (1) troneggiano le Virtù sacre per la fede cattolica, su quello sinistro (2) i poeti del Parnaso (uno dei monti greci consacrati alle Muse, divinità protettrici delle arti) sono schierati attorno a un magnifico Apollo che suona uno strumento musicale.

Attorno a questi quattro brani figurativi e all'idea del loro dialogo ruota tutto il restante apparato d'immagini, a partire dalla volta. Al centro della cupola, un ottagono racchiude lo stemma papale (S); tutto attorno, quattro medaglioni contengono ognuna un'allegoria, ossia una raffigurazione personificata di un concetto astratto: la Teologia (3), la Filosofia (4), la Giustizia (5) e la Poesia (6). Facile capire come ognuno di questi faccia riferimento - idealmente e fisicamente, viste le rispettive posizioni - ad ognuno degli affreschi delle lunette: e così la Teologia, che sta con la Disputa del Sacramento, si trova nel punto contrario rispetto alla Filosofia che sovrasta la Scuola di Atene, mentre la Giustizia, legata alle Virtù, si oppone alla Poesia che tocca il Parnaso. Si noti come, anche in questo caso, sia rispettata la dinamica dell'uno di fronte all'altro: classico di fronte a cristiano. Tale dinamica prosegue anche nelle figure dipinte nei quattro angoli della volta, arricchita però di un'altra dialettica: a due temi - uno biblico e uno pagano - considerati positivi si contrappongono due temi - uno biblico e uno pagano - considerati negativi. Ed ecco che la disgraziata Tentazione di Adamo ed Eva (7) fa da contraltare al Giudizio di Salomone (8), non a caso posti alle due estremità delle Virtù: da una parte l'assenza di tali virtù, dall'altra la loro applicazione. Ed ecco, inoltre, che la personificazione dell'Astronomia (9), esempio massimo di applicazione positiva delle arti celebrate nel Parnaso, trova una terribile antitesi nell'esempio massimo di degenerazione delle arti stesse: l'episodio mitologico di Apollo e Marsia (10), in cui Apollo, uscito vincitore dalla gara musicale propostagli dal cantore Marsia, punisce l'arroganza del perdente che ha osato sfidare un dio... scorticandolo vivo dopo averlo appeso ad un albero.

Non è finita: sotto le lunette della Virtù e del Parnaso, Raffaello realizza due coppie di scene "edificanti". Le Virtù hanno la loro consacrazione suprema in due momenti storici precisi: quando i giuristi di corte consegnarono a Giustiniano (482 - 565), imperatore di Bisanzio, l'intero corpus del diritto romano (11) per tramandarlo ai posteri, e quando papa Gregorio XI (1170 - 1241) approvò le cosiddette "Decretali", ossia la raccolta completa delle disposizioni che presero i pontefici precedenti, summa del diritto canonico (12). La poesia celebrata nel Parnaso, invece, viene ricordata nella raffigurazione di Augusto che impedisce la distruzione dell'Eneide, voluta dallo stesso Virgilio poiché l'opera era rimasta incompiuta (13), e nella scena di Alessandro Magno che depone l'Iliade di Omero nella tomba dell'eroe leggendario Achille (14). Ma su queste ultime rappresentazioni torneremo con calma: per ora, godiamoci la vista della cupola (fig. 2), nonché una panoramica dell'intera Stanza (figg. 3 e 4)...

P.S.

Per ammirare tutte le Stanze vaticane affrescate da Raffaello, potete cliccare il link qui sotto: è un sito meraviglioso in cui sono presentati tutti i francobolli di tema artistico che le Poste italiane hanno emesso nel corso degli anni, ovviamente con il confronto delle opere stesse. E le Poste non si sono dimenticate di Raffaello...

http://www.fermaz.it/Cinquecento%20pagine/stanze%20di%20raffaello.htm

Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4

A cena con il poeta - seconda parte (...ruberia nel passato)

venerdì 5 marzo 2010

Cosa significa carpe diem? Ci eravamo lasciati con la promessa di un articolo a parte su questo tema: dunque, eccoci qua.

Cerchiamo di ricostruire nuovamente l'atmosfera del carme di Orazio: mentre l'inverno si fa sentire con la tempesta che agita il mar Tirreno, il poeta e una vivace fanciulla si rifugiano in una casa calda e accogliente; il caminetto, la carne sulle braci e un vino schietto allietano la già piacevole conversazione. La ragazza, Leuconoe, è ansiosa di conoscere il suo futuro e si perde dietro agli oroscopi, ma Orazio è amichevolmente perentorio: basta con le ciance vuote sull'avvenire, viviamo l'oggi, cominciando dal goderci questo bicchiere di vino.

Secoli prima di Orazio, il poeta greco Alceo, uno dei modelli del nostro autore, aveva scritto qualcosa di molto simile:

 

πώνωμεν· τί τὰ λύχν’ ὀμμένομεν; δάκτυλος ἀμέρα.

«Beviamo: perché aspettare le lucerne? Il giorno è un dito».

 

«Il giorno è un dito»: ditemi voi se è possibile trovare un'espressione più efficace. Ma se in Alceo il tema del tempo che fugge è solo la premessa ad un discorso che poi prende altre strade, in Orazio è il cuore del problema; e dietro al tono amichevole di quel «tu non chiedere - non è lecito saperlo - qual fine a me, quale a te diedero gli dei, Leuconoe», c'è in realtà un messaggio durissimo, che si può cogliere meglio attraverso altre sue liriche, ad esempio Odi II. 14:

 

Eheu fugaces, Postume, Postume,

labuntur anni, nec pietas moram

rugis et instanti senectae

afferet indomitaeque morti,

non si trecenis quotquot eunt dies,

amice, places illacrimabilem

Plutona tauris, qui ter amplum

Geryonen Tityonque tristi

compescit unda, scilicet omnibus

quicumque terrae munere vescimur

enaviganda, sive reges

sive inopes coloni.

Frustra cruento Marte carebimus

fractisque rauci fluctibus Hadriae,

frustra per autumnos nocentem

corporibus metuemus Austrum.

Visendus ater flumine languido

Cocytos errans et Danai genus

infame damnatusque longi

Sisyphus Aeolides laboris.

Linquenda tellus et domus et placens

uxor, neque harum quas colis arborum

te praeter invisas cupressos

ulla brevem dominum sequetur.

Absumet heres Caecuba dignior

servata centum clavibus et mero

tinget pavimentum superbo,

pontificum potiore cenis.

 

Prima di leggere la mia indegna traduzione (quasi letterale, libera solo in minimi dettagli), è opportuno ricordare che Plutone è il dio degli inferi, il Cocito uno dei fiumi infernali e infine il Cecubo un vino pregiatissimo; per quanto concerne l'identità degli altri personaggi (Gerione, Titone, Sisifo, Danao e la sua stirpe), non voglio rendervi la vita troppo facile e soprattutto non voglio togliervi la soddisfazione di reperire notizie sui libri o su internet...

 

«Ahimè, fugaci, Postumo, Postumo,

scivolano gli anni, né la devozione verso gli dei

porta una tregua alle rughe, alla vecchiaia

che incombe e all'indomabile morte,

nemmeno se con trecento tori, tanti quanti sono

i giorni, plachi l'inflessibile Plutone, che serra

l'immenso Gerione e Titone nella sua triste

onda - onda che a noi tutti, chiunque

goda dei beni della terra,

spetta di navigare, re

o poveri coloni.

Invano staremo lontani dalla guerra insanguinata

e dai flutti infranti del rauco Adriatico;

invano, autunno dopo autunno, fuggiremo

l'Austro che nuoce alle membra.

È destino che si veda il nero Cocito errante

nel suo corso languido, e la stirpe infame di

Danao, e il figlio di Eolo, Sisifo,

condannato all'eterna fatica.

È destino che si lasci la terra, la casa,

la moglie fedele, e fra questi alberi che tu coltivi,

nessuno seguirà te, effimero padrone,

se non l'odiato cipresso.

Un erede più degno berrà, fino a scialacquarli,

quei Cecubi conservati sotto cento chiavi

e arriverà a tingere il pavimento di vino superbo,

migliore di quello delle cene dei pontefici».

 

Se non fosse che devo ancora arrivare al dunque relativamente al carpe diem, non esiterei ad aprire una parentesi di pagine e pagine su questo capolavoro della letteratura di tutti i tempi: ma è anche vero che la bellezza non ha bisogno di essere spiegata, quindi è meglio se taccio e mi limito ad orientare la vostra attenzione su pochi elementi. Anzitutto, il nome dell'interlocutore di Orazio, come al solito "parlante": di là Leuconoe, "dalla mente candida", di qua Postumo. Postumus (maiuscolo) era un cognome molto frequente fra i Romani, ma il poeta gioca genialmente con l'aggettivo postumus (minuscolo!), che in latino ha una gamma di significati davvero impressionante: può voler dire, oltre all'accezione che ha conservato in italiano, anche "ultimo nato", oppure "nato dopo la morte del padre", o ancora "ultimo, estremo", o addirittura "sopravvissuto". Chi è dunque questo Postumo? A ben vedere, può essere tutte queste cose assieme. Nonostante la sua età adulta, è come un ultimo nato su questo pianeta, inesperto e illuso, poiché crede di guadagnare qualcosa a lasciar marcire i suoi grandi vini con l'intento di aprirli per chissà quale grande occasione che, magari, non arriverà mai. Ma può anche comportarsi come fosse un uomo nato dopo la morte del padre: un orfano di affetto che si dedica a piantare alberi, quasi gli alberi fossero suoi compagni di vita; eppure sarà solo l'odiato cipresso - già all'epoca abbinato alla morte - a seguirlo nell'ultimo viaggio, e nessun'altra delle sue piante. E anche se Postumo sarà per anni un sopravvissuto rispetto agli altri suoi amici, arriverà comunque a varcare la soglia dell'aldilà: ed arrivare per ultimo ad un appuntamento del genere non è per forza qualcosa di desiderabile.

Nomen omen, «un nome, un destino»: Postumo è un nome che richiama la morte, ma Postumo siamo tutti noi, che prima o poi dovremo lasciare questo mondo. E se il destino è così duro, perché dobbiamo farci del male? Abbiamo in cantina dei vini superbi, eppure li teniamo sotto chiave per anni e anni: speriamo di stapparli per l'"evento"... e intanto ci dimentichiamo che possiamo condividerli con gli amici, unico vero "evento" della nostra esistenza assieme all'amore e ai figli. Perché anche il migliore dei vini non vale nulla se non è bevuto in compagnia: il sapore dell'uva è il sapore del calore umano. Beffa per beffa, il nostro erede scialerà quei nettari meravigliosi scolandoli senza ritegno (l'adsumere che usa Orazio è il verbo dello spreco, della dilapidazione): senza alcun rispetto, arriverà ad ubriacarsi e addirittura a bagnare il pavimento di quel vino così gelosamente conservato.

Ancora una volta, il vino è la metafora della vita. Come Postumo rimanda l'apertura delle sue pregiate bottiglie, nell'intento di preservarle per un avvenire che - paradossalmente - non sta affatto costruendo, così Leuconoe - torniamo all'ode del carpe diem - rimanda la vera vita, che è tutta nel presente, per correre dietro agli oroscopi e ad una impossibile conoscenza del futuro. Eppure è il presente l'unico momento dove si vive sul serio: il passato non esiste più, il futuro non esiste ancora. La vita è breve: parliamo... e le nostre parole sono già entrate nel passato, sono già finite, sono già un momento perduto. E allora, cara Leuconoe,

 CARPE DIEM.

 Carpe: imperativo presente, seconda singolare, del verbo carpere. Se il mondo si esaurisse nell'analisi grammaticale, diciamolo, sarebbe assai triste; per fortuna c'è la semantica, cioè lo studio dei significati: e carpere ne ha sostanzialmente due. Il primo è "cogliere": è il tipico verbo che descrive il gesto dello staccare un frutto dall'albero o del raccogliere un fiore da un prato. Partendo da questo senso così concreto e materiale, i poeti latini sono riusciti a plasmare delle espressioni figurate molto suggestive; fra questi c'è Virgilio, che conia un suggestivo carpere auras, letteralmente «cogliere i respiri», per dire «essere in vita», nonché carpere somnos, «cogliere i sonni», con il senso di «godere del riposo». Il secondo significato, derivato dal primo, è difficile da rendere con un termine unico: l'idea è quella di un insieme da cui il soggetto seleziona una parte e la prende, la afferra con decisione; proprio questa è l'accezione che c'interessa.

Immaginiamo la vita umana come un lungo segmento: questo segmento è diviso in migliaia di tacche e lo spazio fra una tacca e l'altra rappresenta un giorno (dies in latino). Ebbene, l'imperativo che Orazio rivolge a Leuconoe è tutto concentrato in quest'immagine: all'interno del segmento della vita, bisogna staccare uno dopo l'altro gli spazi fra le varie tacche, ossia i singoli giorni, e viverli appieno. Tutti, dal primo all'ultimo.  

Quanto lontano è questo messaggio dalla versione "divulgativa" che viene spesso data a proposito del carpe diem! Generalmente, si pensa che quello di Orazio sia un invito all'edonismo, a prendere la prima cosa che passa, a vivere alla giornata: lo si traduce con «cogli l'attimo», che andrebbe benissimo se venisse spiegato in che senso, cosa che invece capita assai di rado. Lo si interpreta spesso come un messaggio gioioso: tutt'altro, è un messaggio impregnato di dolore. Perché la vita è fragile e finisce presto: progettare il futuro è doveroso, ma il futuro lo si costruisce giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, secondo per secondo. Ed è per questo che non esiste crimine peggiore nei confronti di se stessi del dilapidare il tempo alla ricerca di cose che non ci spettano: è, dice Orazio, nefas, ossia contrario alla legge della natura e degli dei.

 «Cogli l'attimo» non è una traduzione errata: va semplicemente inquadrata in questo contesto, consci della durezza disperata del suo messaggio. Lo si deduce perfettamente da un film che più di ogni altro ha fatto dell'espressione oraziana carpe diem una bandiera issata contro la cultura della morte in favore della cultura della vita: L'attimo fuggente, del grande regista australiano Peter Weir.

Ambientato in un collegio americano degli anni '50, non saprei definirlo altrimenti se non come la storia di un'educazione al senso dell'esistenza. Uno straordinario Robin Williams interpreta il professor Keating, che arriva come un tornado nella finta calma piatta del collegio, dove nulla è permesso e dove, dietro a un malinteso senso della tradizione, dell'onore, della disciplina e dell'eccellenza, si cela solo la repressione. Insegna letteratura il professor Keating: e sarà proprio attraverso la poesia e l'arte che riuscirà a scoperchiare il vaso di Pandora delle passioni umane, comunicando ai suoi studenti la gioia, e al contempo la terribile difficoltà, di scegliere la vera vita. Ed ecco che scoppia la tempesta: saltano le convenzioni vuote, cadono le barriere dell'oppressione, ma arriva anche la tragedia. Tragedia da cui sorge una nuova consapevolezza: Keating, identificato a tavolino come il cattivo maestro, viene cacciato dal collegio, ma i suoi studenti si ribellano, salendo sui banchi e gridando «O capitano, mio capitano» (verso poetico di Walt Whitman) rivolgendosi al loro professore, davanti agli occhi increduli dell'insensibile preside che l'aveva licenziato.

Il film, dunque, si chiude con un messaggio di speranza: i ragazzi di Keating, educati all'arte del carpe diem, hanno capito la lezione. Ora, però, resta il compito più importante: applicarla.

A cena con il poeta - prima parte (...ruberia nel passato)

mercoledì 17 febbraio 2010

Fateci caso: bere (o mangiare) da soli un prodotto d'eccellenza è come bere (o mangiare) qualsiasi altro alimento; solo quando lo si condivide con le persone giuste, solo in quel caso diventa straordinario. Il segreto della bontà impareggiabile della cucina italiana sta tutto qui: nel rito meraviglioso dello "stare a tavola", il più autentico marchio distintivo fra la nostra cultura e quella di altri popoli.

Ora, è piuttosto facile risalire all'origine delle singole ricette regionali e delle migliaia di prodotti tipici nazionali: si può partire da un secolo di storia per arrivare fino a qualche millennio (il radicchio che oggi chiamiamo "di Treviso" era noto e apprezzato fin da prima dei Romani). C'è però un'altra domanda da porre: quando è nato lo "stare a tavola" italiano, ossia quella inconfondibile ritualità del banchetto che ci rende così particolari? Conscio che parlerò di cose impossibili da provare (e chi se ne frega), azzarderò una risposta.

Se osserviamo l'Italia del V sec. a.C. - che certo non era ancora Italia -, troviamo varie popolazioni, ma ad interessarci sono soprattutto due: i Greci, che dalla loro penisola si erano spostati già nell'VIII sec. a.C. per andare a fondare nuove colonie in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, e gli Etruschi, arrivati non si sa da dove (gli studiosi discutono ancora) ma di certo stanziati in Toscana, Umbria e Lazio, con forti presenze anche in Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia. È sufficiente esaminare alcune loro opere d'arte per scoprire come lo "stare a tavola" sia nato con queste due civiltà: i vasi greci da una parte, gli affreschi etruschi di Tarquinia dall'altra (vedi le foto in questa pagina). In entrambi i casi si vedono uomini che bevono e conversano amabilmente: il cibo è secondario, tant'è vero che non compare nemmeno, perché quello che conta davvero è come e con chi lo si condivide. Etruschi e Greci, dunque: a Nord gli uni, a Sud gli altri. E in mezzo chi c'era? Roma, ovviamente, che nel V sec. si era già sbarazzata dei re e aveva cominciato a guardarsi un po' attorno. Dalla visione all'azione, per un romano, il passo è brevissimo: nel giro di trecento anni, l'Italia, e non solo, è tutta nelle mani di Roma.

L'Urbe è un luogo diverso da tutti gli altri. Nella quasi totalità dei casi, i miti di fondazione delle città sono costruiti ad arte per crearne un'immagine di "purezza" razziale, perché tale purezza serve a cementare l'unità della popolazione. Roma, invece, dichiara la sua promiscuità fin dalla sua mitologia d'origine: gli esuli troiani guidati da Enea, i re italici ed etruschi e il ratto delle Sabine sono delle spie chiarissime di questa mescolanza etnica. Uno degli innumerevoli segreti della formidabile durata della civiltà romana è proprio questo: la capacità di inglobare gli stranieri proponendo loro un modello conveniente da adottare e allo stesso tempo assumendo ciò che di buono veniva dai nuovi popoli conquistati. Nel nostro caso, una volta sottomessi Etruschi e Greci, i Romani ereditano da costoro il piacere dei banchetti e il senso dello stare a tavola: lo testimoniano, ad esempio, gli affreschi pompeiani (vedi foto) e i fiumi di parole e di versi scritti dagli autori latini sul tema. Ecco: dovevamo arrivare qui. Ciò che ho scritto serviva solo da premessa...

Campagna laziale, un inverno degli anni '20 a.C. In una villa presso Tivoli si sta svolgendo una cena fra due persone: di una conosciamo il nome, dell'altra solo il soprannome. La prima si chiama Orazio ed è il più grande poeta del tempo assieme al suo amico e collega Virgilio; la seconda è apostrofata Leuconoe, ossia «dalla mente candida», e questo suggerisce che si tratta di una ragazza. Pensate che maestria: con un semplice nome, il poeta dipinge perfettamente la scena senza bisogno di aggiungere dettagli. Si coglie la piacevole intimità fra i due: ci immaginiamo Orazio, ormai uomo "navigato" ed uso alle cose della vita, che parla con il suo bagaglio di esperienze ad una giovane, bella, vivace ragazza che si sta appena affacciando al mondo, con la sua mente ancora ingenua. Allo stesso tempo, il nome è un segnale che il poeta sta per spiegare alla sua interlocutrice qualcosa di molto serio: se lei è «candida», significa che non conosce ancora le insidie dell'esistenza e agisce in maniera avventata, dunque sarà il caso di dire come stanno le cose. La bonarietà dell'invocazione non concede comunque alcunché all'importanza del discorso: e per tutto questo, il banchetto è il contesto ideale. Perché il caminetto rende tutto confortevole; la carne sulle braci rallegra, ma soprattutto il vino scalda i cuori, allenta le tensioni, rende sinceri e abbatte gli steccati sociali. Eccolo, lo stare a tavola che dopo duemila anni è ancora il nostro: mangiare e bere per rinsaldare le amicizie e, santo Iddio, parlare (al diavolo i fast-food!).

Ritorniamo ad Orazio e Leuconoe per assaporare, finalmente, le parole del poeta:

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum! Sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

 Provo a tradurre, anche se è quasi impossibile:

Tu non chiedere -non è lecito saperlo- qual fine a me, quale a te
diedero gli dei, Leuconoe, e non tentare gli oroscopi
babilonesi. Com'è meglio, ciò che sarà, sopportarlo,
sia se Giove ci ha concesso ancora molti inverni, sia se è l'ultimo, questo,
che ora affatica il mare Tirreno contro
gli scogli! Sii saggia, filtra il vino, e recidi una lunga speranza
in uno spazio di vita così breve. Parliamo, ed è già fuggito il tempo
invidioso: cogli l'oggi, fidando il meno possibile nel domani.

Conosco a memoria questi versi da sette-otto anni, li ho letti infinite volte, li ho studiati per un concorso, li ho ristudiati per un esame all'Università: eppure, il groppo in gola è garantito ogni volta. Quant'è perfetto questo piccolo carme, quanto è essenziale, asciutto, e al contempo finito, compiuto: è come se questi versi fossero sempre esistiti - come dire altrimenti le stesse cose? - e Orazio li avesse solo portati alla luce, come faceva Michelangelo scolpendo nel marmo quella figura che, secondo lui, era già contenuta nella pietra e attendeva solo qualcuno che la liberasse. Quanto a me, non farò l'analisi della poesia: non voglio mortificarla con le mie chiacchiere, proporrò solo qualche suggestione.

Il carme inizia con un semplice «tu», il modo migliore per attirare l'attenzione dell'interlocutore: vediamo Orazio che punta amichevolmente il dito verso la sua Leuconoe, e quel «tu» interrompe la ragazza dal suo inquieto interrogare su come sarà il futuro e su cosa bisogna aspettarsi dalla vita. Per Orazio, questo è un domandare vano, addirittura illecito: è nefas, che per i Romani è ciò che va contro la legge divina e il diritto naturale. Leuconoe tace d'improvviso: il richiamo cordialmente imperioso del poeta la sorprende e ora si lascia guidare dall'amico che, con i suoi anni in più, avrà certamente qualcosa da insegnarle.

La ragazza, a quanto pare, è così ansiosa di conoscere il suo futuro da consultare gli oroscopi di Babilonia (l'esotismo ha sempre avuto il suo fascino), ma Orazio liquida i Paolo Fox dell'antichità e le loro bufale in meno di un verso, senza sprecare un fiato in più. Perché, è questo il punto, voler conoscere l'avvenire è follia: a rincorrere il futuro si dimentica il presente, che pure è l'unico momento dove si vive sul serio, se è vero che il passato non esiste più e che il futuro non esiste ancora. La vita è qui e ora: perché buttarla via alla ricerca di ciò che non possiamo sapere? Che sia o no l'ultimo inverno quello che gli dei ci hanno concesso, è nostro compito viverlo appieno.

L'inverno, dunque. È un inverno sferzato dal vento: il mar Tirreno è in tempesta. Orazio non dice nulla di più, ma questa reticenza è voluta perché fa lavorare l'immaginazione: ci immaginiamo allora il cielo plumbeo e la pioggia battente. Questo tempo di tregenda invita a restare a casa, al caldo, davanti a un caminetto a sorseggiare qualcosa di buono: e l'invito a filtrare il vino (operazione necessaria nell'antichità, quando il nettare di Bacco era pieno di scarti da eliminare) è la premessa per il cuore del discorso oraziano, per la stoccata finale. Se la vita è breve, la speranza nell'avvenire non deve lanciare il suo sguardo troppo in là; ché mentre stiamo parlando, le nostre parole sono già entrate nel passato, sono già un momento che non ci appartiene più. Non voglio discorrere di grammatica, ma devo sottolineare la straordinarietà del futuro anteriore fugerit posto dopo il presente loquimur: letteralmente, «mentre parliamo, il tempo sarà fuggito». Ecco un caso in cui la sintassi delle grammatiche scolastiche va beatamente a farsi benedire: ma è gusto così, perché il tempo, invidioso della gioia umana, fugge in maniera così rapida che è già passato...anche quando è nel futuro. E allora resta solo il presente di loquimur: «parliamo». Appunto: parliamo. Ma sul significato del celeberrimo carpe diem che chiude il carme, scusatemi, parleremo un'altra volta...

Il potere di piantare un chiodo (...ruberia nel passato)

sabato 30 gennaio 2010

Come ci immaginiamo noi moderni Roma antica?
L'influenza del cinema americano sul nostro modo di concepire quel mondo è fortissima. Ci vengono in mente personaggi sanguinari, scontri di potere, guerre civili, giochi gladiatori... e basta. Ma allora come hanno fatto, i Romani, a conquistare il mondo, costruire acquedotti, ponti, strade, terme, teatri, anfiteatri, stadi, templi, archivi e tanti, tanti altri palazzi enormi? E a lasciare in eredità una lingua ai futuri Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Romania, Svizzera (alcuni dei quali, con le loro colonie d'oltremare, avrebbero diffuso lingue neolatine in tutto il mondo), nonché una straordinaria cultura artistica e letteraria a tutto il mondo?
La realtà è che, nella storia, forse non c'è stato nulla di più stabile e strutturato di Roma, sin dai tempi della Repubblica, su cui focalizzeremo la nostra attenzione. Una testimonianza in tal senso ci viene offerta da un greco, ossia da un potenziale spregiatore dei Romani (come di qualsiasi altro popolo che non parlasse greco e che, quindi, balbettava un "bar-bar" da... barbaro, appunto), dai quali fu persino fatto prigioniero e schiavo. Ma i senatori dell'Urbe non erano ottusi: accortisi della personalità eccezionale che avevano degradato a servo, lo liberarono e - si badi - gli affidarono anche consistenti poteri giudiziari nella Grecia appena conquistata. Il personaggio in questione si chiamava Polibio e queste sono le sue parole sulla Repubblica romana:

«...nessuno, neppure tra i Romani stessi, avrebbe potuto dire con certezza se questo sistema politico fosse, nel suo complesso, aristocratico, democratico o monarchico. Ed era ovvio che capitasse. Infatti, ad osservare l'autorità dei consoli, il sistema sarebbe apparso completamente monarchico e regio; ad osservare quella del senato, al contrario, aristocratico; e se poi si fosse contemplata l'autorità del popolo, sarebbe apparso indubbiamente democratico. Ciascuna parte della comunità dominava una componente della costituzione, e la situazione è la medesima allora come oggi, ad eccezione di pochi cambiamenti» [Polibio, Storie, libro VI, cap. 11, paragrafi 11 - 13]

Monarchia? Aristocrazia? Democrazia? Nessuna delle tre, e tutte al contempo: questo è la Repubblica romana. Un connubio di istituzioni regolate da un formidabile gioco di pesi e contrappesi: una macchina efficiente, il cui segreto sta nella perfetta distribuzione dei poteri. E sei vuoi partecipare all'agone politico, specie se da plebeo, quanta gavetta devi fare! Parti da magistrature rognose, la cui attrattiva è pari allo zero: ma è giusto così, devi farti le ossa in quel buco di quartiere vicino al Testaccio, impegnandoti a dirimere la causa fra due burini picchiatisi fuori dall'osteria Al buiaccaro (Roma non è cambiata e il mio anacronismo non è così... anacronistico). Poi ti spediscono in qualche provincia sperduta ad affiancare i comandanti militari, per vedere (vedere!) come ci si muove nella guida dell'esercito. Arrivato ai 30 anni, puoi aspirare alla prima carica politica vera e propria: quella di questore. Se la ottieni, condividi la magistratura con altri tre tizi - che seccatura - e hai compiti di supervisione finanziaria e amministrativa: dai, non è il massimo, ma sei finalmente entrato in Senato. Il sacrificio rende: l'anno dopo sei uno dei due tribuni della plebe. E adesso nessuno ti può toccare, perché godi dell'inviolabilità sacra: inoltre puoi far passare decisioni importanti per tutto lo stato romano. Ora, ti capisco, vuoi proseguire il tuo cursus honorum. Ti va bene perché, dopo il "fermo" che ti impone la legge, ti eleggono edile proprio a 36 anni, ossia all'età minima: anche questa volta sei con altri tre (non lamentarti: Giulio Cesare, uno che nascerà fra un po' di tempo, ne creerà altri due...), ma è divertente organizzare le feste statali e i giochi, e redditizio occuparsi di opere pubbliche. Terminato il tuo anno di edilità, devi dedicarti ad altri compiti privi di potere: per la prossima carica politica devi attendere i 39 anni. Quando li compi, ti candidi come pretore, ma ti va male. Ce la fai l'anno successivo: a 40 anni, finalmente, disponi per la prima volta di imperium, cioè di potere militare. Ehi, non sto dicendo che lo puoi esercitare: anzi, prega che ciò non succeda, perché vorrebbe dire che entrambi i consoli sono in guerra e la situazione è difficile; quindi, pensa solo alle tue funzioni di giudice supremo, che già bastano e avanzano! Ora però hai 42 anni: potresti puntare al consolato, ma ti assegnano il governo della provincia di Sicilia. Niente male per fermarsi un po' e preparare il terreno per un'elezione sicura l'anno dopo: riesci a crearti le amicizie che contano e pianifichi le strategie giuste. Ed eccoti console: a 43 anni, assieme al tuo collega, detti l'agenda politica di Roma, eserciti il potere militare, promuovi leggi. È il potere con la P maiuscola, quello che tutti vogliono. Ma non è finita: ci sono ancora due cariche da agguantare. Ti proponi come pontefice massimo e la magistratura è presto tua: sei il capo di tutti i collegi religiosi della Repubblica, controlli i sacerdoti, sei alla testa dei grandi riti sacri. Ed ecco che arriva il momento di concludere il cursus: dopo cinque anni, Roma deve rieleggere i censori. Ti butti nella mischia e ce la fai anche stavolta: di più non puoi avere, sei arrivato al punto più alto della carriera. Pensa: non puoi né comandare legioni, né promuovere leggi, però... Però sei il garante morale dello stato: hai il potere di avviare grandi lavori pubblici, ma soprattutto di immettere nuovi membri in Senato, nonché di espellerne altri in caso di disonestà, comportamenti indegni o indebitamento.

La grandezza di una cultura giuridica e politica, tuttavia, si misura anche per la sua elasticità e versatilità. E i Romani lo sapevano bene, se è vero che, in periodi di particolare emergenza durante le loro guerre, quando un sistema come quello sopra descritto avrebbe creato rallentamenti, difficoltà e formalismi, si affidarono più volte a un uomo solo, dotato di poteri così straordinari da mettere fra parentesi, per sei mesi, l'intero apparato repubblicano: il dittatore. Era la soluzione estrema, ma meglio così che finire distrutti per un decreto votato in ritardo a causa dell'iter previsto dalla legge "normale". Ma chi fu il primo dictator? Ce lo spiega un grande storico vissuto a cavallo fra I sec. a.C. e I sec. d.C., il padovano Tito Livio (VII. 3):

«Una legge antica, scritta con parole e caratteri arcaici, stabilisce che il più alto magistrato in carica pianti un chiodo il tredici settembre: questa legge venne affissa sul lato destro del tempio di Giove Ottimo Massimo, nel fianco accanto al tempio di Minerva. Si tramanda che quel chiodo, poiché rara era in quel tempo la conoscenza della scrittura, rendeva noto il computo degli anni, e che quella legge fu consacrata nel tempio di Minerva in quanto essa fu l'inventrice dei numeri. Cincio Alimento, diligente studioso di tali antichità, afferma che anche a Volsinio (antica località presso l'attuale Viterbo), nel tempio della dea etrusca Norzia, comparivano dei chiodi infissi per indicare il numero degli anni. Il console Orazio, secondo la legge, consacrò il tempio di Giove Ottimo Massimo nell'anno successivo alla cacciata dei re (dunque nel 508 a.C.): la cerimonia dell'infissione del chiodo fu affidata a un dittatore, in quanto autorità più elevata».

Ora, provate a immaginare la scena: la Repubblica romana nasce piantando un chiodo in un tempio. Per fissare tale chiodo, viene nominato un dittatore con pieni poteri: un uomo solo al comando... per una martellata. Poi, per molto tempo, la cerimonia non si ripeté. Fino a quando, dopo due anni di pestilenze, nel 363 a.C. si decise di chiedere l'aiuto degli dei per placare il morbo: ed ecco che fu rispolverato il dittatore incaricato di piantare un chiodo (dictator clavis figendae causa)! Ancora Livio (VII. 3):

«Interrotta poi l'usanza, parve che per la ripresa di quella cerimonia fosse opportuna la nomina di un dittatore. Lucio Manlio Torquato Imperioso, nominato per codesto scopo, come se motivo principale della sua creazione fosse un compito militare e non la pratica di un rito religioso, essendosi prefisso di far guerra agli Ernici
(popolazione dell'Italia centrale), creò grande malumore tra i giovani intimando una leva rigorosa: ma poi, essendosi coalizzati contro di lui tutti i tribuni della plebe, vinto o da quella ribellione o da un senso di pudore, abdicò alla dittatura».

Capito la storia? Il Lucio Manlio, dotato di poteri assoluti SOLO per piantare un chiodo, pensa di sfruttare tali poteri per indire una guerra, ma la sollevazione popolare glielo impedisce. Una reazione emblematica di come si svolgeva la vita politica nella Repubblica romana: rigore, ordine, rispetto, organizzazione ferrea. Una bella lezione per tutti i parlamentari italiani...

George Orwell e il tallone «da killer» (...scorreria nel presente)

lunedì 18 gennaio 2010

«Tu credi, immagino, che il nostro compito principale consista nell'inventare nuove parole. Neanche per idea! Noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno, stiamo riducendo il linguaggio all'osso. [...] È qualcosa di bello, la distruzione delle parole. Naturalmente, c'è una strage di verbi e aggettivi, ma non mancano centinaia e centinaia di nomi di cui si può fare tranquillamente a meno. E non mi riferisco solo ai sinonimi, sto parlando anche dei contrari. Che bisogno c'è di una parola che è solo l'opposto di un'altra? Ogni parola già contiene in se stessa il suo opposto. Prendiamo "buono", per esempio. Se hai a disposizione una parola come "buono", che bisogno c'è di avere anche "cattivo"? "Sbuono" andrà altrettanto bene, anzi, meglio, perché, a differenza dell'altra, costituisce l'opposto esatto di "buono". Ancora, se desideri un'accezione più forte di "buono", che senso hanno tutte quelle varianti vaghe e inutili: "eccellente", "splendido", e via dicendo? "Plusbuono" rende perfettamente il senso, e così "arciplusbuono", se ti serve qualcosa di più intenso. Naturalmente, noi facciamo già uso di queste forme, ma la versione definitiva della neolingua non ne contemplerà altre. Alla fine del processo tutti i significati connessi a parole come bontà e cattiveria saranno coperti da appena sei parole o, se ci pensi bene, da una parola sola. Non è una cosa meravigliosa? Ovviamente [...] l'idea iniziale è stata del Grande Fratello».
A sentire il nome del Grande Fratello, il volto di Winston fu attraversato da un tiepido moto d'interesse. Ciononostante, Syme colse in lui una certa mancanza d'entusiasmo. «Non hai ancora capito che cos'è la neolingua, Winston» disse in tono quasi triste. «Anche quando ne fai uso in quello che scrivi, continui a pensare in archelingua. [...] Nel tuo cuore preferiresti ancora l'archelingua, con tutta la sua imprecisione e le sue inutili sfumature di senso. Non riesci a cogliere la bellezza insita nella distruzione delle parole. Lo sapevi che la neolingua è l'unico linguaggio al mondo il cui vocabolario si riduce giorno per giorno?
Winston lo sapeva, naturalmente. Non volendo correre il rischio di esprimere opinioni, si limitò a un sorriso che intendeva essere di assenso. Syme [...] riprese: «Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d'azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere. Ogni concetto di cui si possa aver bisogno sarà espresso da una sola parola, il cui significato sarà stato rigidamente definito, priva di tutti i suoi significati ausiliari, che saranno stati cancellati e dimenticati. Nell'Undicesima Edizione saremo già abbastanza vicini al raggiungimento di questo obiettivo, ma il processo continuerà per lunghi anni, anche dopo la morte tua e mia. A ogni nuovo anno, una diminuzione nel numero delle parole e una contrazione ulteriore della coscienza. Anche ora, ovviamente, non esiste nulla che possa spiegare o scusare lo psicoreato. Tutto ciò che si richiede è l'autodisciplina, il controllo della realtà, ma alla fine del processo non ci sarà bisogno neanche di questo. La Rivoluzione trionferà quando la lingua avrà raggiunto la perfezione. La neolingua è il Socing, e il Socing è la neolingua. [...] Hai mai pensato, Winston, che, entro il 2050 al massimo, nessun essere umano potrebbe capire una conversazione come quella che stiamo tenendo noi due adesso?»  «Tranne...» cominciò a dire Winston con una certa esitazione, ma poi si fermò. Era stato sul punto di dire "i prolet"; poi però si era controllato, perché non era sicuro dell'ortodossia della sua osservazione. Syme, però, aveva indovinato quello che lui stava per dire. «I prolet non sono esseri umani» disse con noncuranza. «Per l'anno 2050, forse anche prima, ogni nozione reale dell'archelingua sarà scomparsa. Tutta la letteratura del passato sarà stata distrutta; Chaucer, Shakespeare, Milton, Byron esisteranno solo nella loro versione in neolingua, vale a dire non semplicemente mutati in qualcosa di diverso, ma trasformati in qualcosa di opposto a ciò che erano prima. Anche la letteratura del Partito cambierà, anche gli slogan cambieranno. Si potrà mai avere uno slogan come "La libertà è schiavitù", quando il concetto stesso di libertà sarà stato  abolito? Sarà diverso anche tutto ciò che si accompagna all'attività di pensiero. In effetti, il pensiero non esisterà più, almeno non come lo intendiamo ora. Ortodossia e inconsapevolezza sono la stessa cosa».

Ogni volta che lo rileggo, il brivido è sempre lo stesso. È un passo tratto da George Orwell, 1984, il mio romanzo preferito. Per chi non coglie il significato di "Socing" e "prolet" il consiglio è solo uno: leggere questo libro straordinario. Orwell lo scrisse nel 1948: sarebbe morto due anni dopo per il cedimento di un'arteria polmonare. E ogni tanto penso: ti rendi conto che, se fosse capitato due anni prima, una misera arteria ci avrebbe privato di una delle opere più profonde, inquietanti, profetiche del Novecento?
Ho ripreso in mano questo brano dopo aver visto su internet un celebre provino del Grande Fratello, dove un aspirante concorrente, alla domanda «Qual è il tuo tallone d'Achille», non capisce e domanda a sua volta: «Che? Il tallone da killer?» Un episodio che, con il romanzo, c'entra molto più di quanto si possa immaginare.
In 1984, Orwell dipinge un futuro (nella sua epoca il 1984 lo era...) dominato dal Partito unico, chiamato Grande Fratello: esso, con un gigantesco apparato di controllo fatto di cimici e telecamere, spia l'esistenza dei suoi sudditi ventiquattro ore al giorno e vita natural durante, dovunque e comunque. È da qui che la trasmissione televisiva ha preso il suo nome: fatto curioso, dato che in Orwell il GF è l'essenza stessa del male, ma evidentemente gli inventori del format non ci hanno pensato. Di certo, anche in questo caso, la profezia dello scrittore si è avverata: nel romanzo come nella trasmissione, la vera lingua viene distrutta e sostituita da una Neolingua. Fra «sbuono» e «tallone da killer», infatti, non c'è la minima differenza e in entrambi i casi c'entra il Grande Fratello...
Riflettendo, per le mie ripetizioni, sul concetto di "evoluzione" dal latino all'italiano, mi sono passati davanti gli orrori linguistici dinanzi ai quali stiamo diventando sempre più indifferenti, dall'uso abnorme e scorretto di "piuttosto che" al proliferare degli anglismi: orrori che mi hanno riportato alla memoria un articolo letto due anni fa su un quotidiano nazionale (non dirò la testata per non buttarla in politica) e da me gelosamente conservato. Vi si discuteva una proposta, risalente ancora al 2001, poi accantonata e quindi ripresa, a mio avviso interessante: l'istituzione di un Consiglio Superiore della lingua italiana. Il giornalista riportava il dibattito in atto fra gli studiosi, quasi tutti contrari. Motivo? La solita manfrina della lingua «che non può essere calata dall'alto», dell'italiano «lingua per natura fluida», dell'assurdità di una «grammatica di stato».
Ora, se c'è una persona che odia le imposizioni - di qualsiasi tipo -, quella sono io. Durante le ripetizioni, non faccio altro che criticare le grammatiche scolastiche, sfatare miti e affrontare i problemi con animo "aperto", senza dogmatismi di nessun genere. Ho sempre contestato le etichette e le categorie. In filosofia, amo i pensatori frammentari, disordinati, persino contraddittori, perché è la realtà ad essere contraddittoria, imprevedibile, soggetta continuamente a nuovi "inizi" (leggete Hannah Arendt!). Però. Però c'è un limite a tutto. Se lingua fluida vuol dire accettare frasi come «devo shiftare i libri», di cui sono stato testimone attonito, oppure «siamo in fase di start up», «ha fatto outing», «è tutto randomizzato», permettetemi di invocare - piuttosto - la bontà del "retrolampo" per "flash-back" proposta da Corrado Guzzanti in Fascisti su Marte. Forse, un organo di controllo che effettui periodicamente delle indagini a livello nazionale, dando delle linee-guida di base per un uso corretto - possibilmente anche un po' elegante - della lingua, può essere una soluzione. Quantomeno, non rifiutiamolo per partito preso, dato che istituzioni del genere esistono in tutti i paesi occidentali. O, se proprio vogliamo rifiutarlo, non facciamolo dicendo - cito testualmente dalle parole di un docente universitario interpellato - che «l'italiano non può essere costretto in testi». Caspita: ora chi glielo dice al povero Dante che ha tanto faticato per scrivere la Commedia e il De vulgari eloquentia? E all'emiliano Ariosto, che dopo la prima edizione ha riscritto l'Orlando furioso in italiano più "toscanizzato"? E al Manzoni che ha pensato di sciacquare i panni in Arno? «L'italiano non può essere costretto in testi»: roba da non credere!
L'italiano è in pericolo? Non lo so: di certo soffre di una febbre intensa e prolungata. Al Milionario del buon Gerry Scotti, un giornalista (giornalista!) che collabora con il sito internet del Corriere della sera è caduto sulla prima domanda: «Che animali escono da un'arnia?». Risposta: «Le oche». Sempre nella stessa cornice, una ragazza ha sostenuto che sul trespolo si muove il criceto. Ma c'è anche di peggio. Giorni fa, per puro caso, mi è capitato di vedere una breve intervista a una preside di una scuola elementare del Nord; si discuteva su alcune particolari iniziative messe in campo dalla signora, la quale ha esordito con questa perla: «Siamo una scuola all'avanguardia, siamo una scuola che lavoriamo...». Una scuola «che lavoriamo»: ecco, cara preside, forse siete un po' troppo all'avanguardia. Meglio un po' di arretratezza, se questa significa salvaguardare i pronomi relativi. E se, soprattutto, significa salvare la pellaccia; ecco, infatti, come prosegue il brano da cui siamo partiti:

Un giorno di questi, pensò Winston con improvvisa, profonda convinzione, Syme sarà vaporizzato. È troppo intelligente. Capisce troppe cose, parla con troppa chiarezza e al Partito questo tipo di persone non piace. Un giorno sparirà, ce l'ha scritto in faccia.

La Neolingua, insomma, può essere fatale anche per chi la propugna...

Il sommo valore dell'inutilità

venerdì 8 gennaio 2010

Il cibo è necessario al nostro sostentamento: "mangiare per vivere", si dice. Innegabile. La carne serve a procurarci ferro e proteine, il pesce è ricco di omega 3, la verdura ci garantisce fibre a volontà, la frutta è un concentrato di vitamine. C'è però un elemento gastronomico che sfugge alla necessità più immediata: il dolce. Certo, la mattina è buona norma mangiare biscotti, oppure marmellata, oppure una fetta di torta o una brioche: appena alzati necessitiamo di calorie e zuccheri. Ma a parte questo, diciamocelo: a che servono i dolci? Qual è lo scopo, che so, della gubana? O della millefoglie? O della cassata siciliana? Siamo sinceri: nessuno. Non servono davvero a nulla. Anzi, contengono pure qualche grasso di troppo. Però...
Però non c'è nulla di più bello di un dolce alla fine di un lauto pranzo o di una cena succulenta, ad esempio durante una festa. Sfizioso l'antipastino con i crostini di salmone, senza dubbio; goduriosi quegli spaghetti allo scoglio, ci mancherebbe;  memorabile il rombo con le patate, voglio vedere chi lo nega; deliziosa quella verdura mista con i pomodori appena colti dall'orto, caspita! E tuttavia, quando arriva il dolce... tutto ciò che lo ha preceduto passa immediatamente in secondo piano, entra improvvisamente nel dimenticatoio, scivola in un passato che ormai non conta più. Sei sazio, non ti starebbe nemmeno mezzo uovo sodo, ma al dolce non puoi dire di no: non lo fai, non puoi farlo. È incredibile il potere che ha un buon tiramisù: al suo arrivo, gli invitati tornano improvvisamente a sedersi dopo mezz'ora di sparpagliamento generale, interrompono i loro discorsi, sollevano il piattino in attesa di accaparrarsi una fetta - e la paura che finisca senza averlo nemmeno assaggiato agita i cuori di molti -, quindi iniziano a divorarlo quasi in silenzio. È la vittoria dell'inutile: perché sai che è un "in più" che non ti serviva, ma chissenefrega, la vita va goduta e assaporata, come questo spolvero di cacao che vela il mascarpone che abbraccia il savoiardo che è impregnato di caffè... L'inutilità di quel tiramisù è la causa, la natura, l'essenza stessa della sua grandezza.

I Romani, non a caso, hanno codificato l'ordine delle portate - giunto immutato fino ad oggi - collocando il dolce alla fine: dulcis in fundo, per l'appunto. Loro, che di piaceri se ne intendevano, sapevano perfettamente cosa fare per rendere piacevole la loro vita e lo riunirono dentro un unico vocabolo: una di quelle parole che sublimano in un colpo solo un'intera cultura, un'intera mentalità, un intero modo di essere collettivo. È il vocabolo otium.
Cos'era l'otium? Se ai tempi di Cesare avessimo risposto «il padre dei vizi» o «tempo perso, quindi inutile», ci avrebbero messo all'indice come matti da legare. Prendiamo proprio Giulio Cesare. Noi ce lo immaginiamo sempre in guerra, e in effetti la guerra fu la sua attività principale per buona parte della sua vita. Combatteva anche in prima persona, cosa quasi unica per un generale. Addirittura, aiutava i soldati ad innalzare le palizzate di difesa degli accampamenti e a scavare i fossati. Tutti tratti che ce lo rendono simpatico. Mette a ferro e fuoco le Gallie, annienta intere popolazioni che se ne stavano tranquille e beate nel loro territorio, eppure continua a starci simpatico: in fondo, pensiamo, sta portando la civiltà in mezzo alla barbarie (un ritornello sempre valido). Vìola tutte le disposizioni del Senato, scardina la tradizione della repubblica, decide di avviare una guerra civile (la responsabilità ultima è tutta sua e dell'«alea iacta est» che non ha mai detto passando il Rubicone, ma è bello pensare che l'abbia detto, quindi l'ha detto...): e ci è ancora più simpatico! E allora tifiamo per lui, perché Pompeo ha un nome da sfigato (Gneo) e il volto dei suoi busti ritratti nel sussidiario è antipatico: vuoi mettere come suona meglio Giulio Cesare? E che tratti intensi, nobili, audaci in quel volto! E quando Tolomeo, re d'Egitto in tutti i sensi, gli consegna la testa del nemico Pompeo su un piatto? Il grande generale s'infuria, è sconvolto, non può tollerare un gesto così vile: ed ecco che la simpatia sale a vertici stellari, perché vediamo in quello sdegno la fiammella della pietà e del rispetto, anche per il peggiore dei rivali. Poi, nel 47 a.C., si trova a combattere contro un illustre sconosciuto: Farnace II, re di qualche cosa. Lapidario il ricordo che ci restituisce Cesare: «veni, vidi, vici», «venni, vidi, vinsi», come una specie di Moshe Dayan nella Guerra dei sei giorni, e la simpatia è ormai alle stelle. Due anni dopo, Cesare è il padrone del mondo: ha battuto tutti, potrebbe giustiziare tutti i rivali sopravvissuti... e invece decide di essere clemente, perdonandoli uno ad uno. La simpatia è ormai venerazione: e venerazione ci fu davvero in quel 45 a.C., se è vero che a Roma si dedicò un tempio alla Clemenza di Cesare. Non è finita: a Cesare viene offerta più volte la corona, ma il divo la respinge, gettando pure una celebre occhiataccia a Marco Antonio che lo voleva re. Non sarebbe diventato re, lui: lui che aveva combattuto per la Repubblica! Una messa in scena, forse, perché tanto Cesare è già provvisto di poteri assoluti... ma non significa più nulla, perché è la consacrazione definitiva: non è più questione di simpatia, né di semplice venerazione, ormai siamo nel puro mito. Ed è per questo che, in quelle idi di marzo del 44 a.C., i congiurati che uccidono Cesare ci appaiono come dei mostri: perché uccidono un dio. In quel grido straziante rivolto al figlio adottivo che l'ha tradito (nel nome della difesa dello stato, ma non gli crediamo), in quel «Tu quoque, Brute, fili mi?», il mito cessa di essere "romano" e diventa "universale". Bruto e Cassio, i cospiratori, saranno marchiati dall'infamia in eterno: Dante li collocherà nell'ultimo girone dell'Inferno, accanto allo stesso Giuda Iscariota, dilaniati da Lucifero in persona.
Parlavo di otium: che c'entra Giulio Cesare? C'entra eccome. Perché il suo mito non è nato solo nei campi di battaglia e nei fori gremiti di persone adoranti: è nato soprattutto nelle opere degli storiografi antichi e in quelle composte dallo stesso Cesare su di sé, il De bello Gallico e il De bello civili. Opere che il generale ha composto nei momenti in cui l'azione militare era ferma: nei momenti, appunto, di otium, ossia di tempo libero da dedicare alla lettura, allo studio, alla conversazione dotta, alla filosofia e ai banchetti di cui sopra, con dulcis in fundo. E alla scrittura: quella scrittura che ha reso il divo Giulio il personaggio più famoso della storia dopo Gesù Cristo. Altro che ozio padre dei vizi, altro che inutilità...

Un cultore del mondo romano - e greco - fu il romagnolo Giovanni Pascoli, altro signore che di ozio se ne intendeva, dato che la sua attività d'insegnante (prima nelle scuole superiori, poi all'Università di Bologna) gli garantiva una lunga estate di libertà. In queste estati di otium alla romana, dedicate allo studio, alla lettura e alla composizione, nacquero le sue poesie più belle: fra queste, Romagna, un capolavoro dedicato alla sua terra d'origine. Ci interessa in particolare l'ultima strofa:

        Romagna solatìa, dolce paese,
        cui regnarono Guidi e Malatesta;
        cui tenne pure il Passator cortese,
        re della strada, re della foresta.

Guidi e Malatesta furono potenti famiglie aristocratiche che signoreggiarono sulla Romagna, ma chi fu il Passator cortese? Nato a Boncellino di Bagnacavallo nel 1824, Stefano Pelloni fu chiamato "passatore" in virtù del mestiere del padre, traghettatore sul fiume Lamone. La Storia, quella con la esse maiuscola, quella di chi la studia per professione, ci dice che fu un personaggio tremendo: ladro, rapitore, addirittura assassino. Ma la storia che conta davvero non è quella dei ricercatori: «la storia siamo noi», diceva De Gregori nella famosa canzone, e aveva ragione. La verità non conta: conta la ricezione dei fatti e il modo in cui vengono tramandati, conta il filtro della memoria. Si badi: non è una cosa né giusta né bella, ma è ciò che succede, punto. E nel caso del Passatore, gli episodi efferati sono stati cancellati dal ricordo popolare, sostituiti dal mito del brigante gentiluomo, che rubava ai ricchi per dare ai poveri: un Robin Hood in salsa romagnola divenuto pura leggenda. Morì tradito dagli uomini della sua stessa banda: il miglior certificato per la consacrazione eterna, come per Giulio Cesare. Da allora, la musa popolare lo celebrò nelle filastrocche e nelle favole raccontate dai cantastorie itineranti: una tradizione che giunse fino a Pascoli, che lo definì "cortese" e lo proiettò nell'Olimpo della tradizione letteraria italiana.

L'inutilità delle nozioni che vi ho riportato è palese. Ha qualche scopo sapere chi fu il Passator cortese? Proprio per niente. Ma è la stessa inutilità del tiramisù a fine pasto e dell'otium romano: è l'inutilità delle cose belle che danno un sapore tutto particolare alla nostra vita. Che contribuiscono ad arricchirne il senso. Stritolati dagli impegni, dal lavoro, dalla frenesia, ci rendiamo sempre più conto di quanto siano importanti le cose che non servono assolutamente a nulla. Negli ultimi anni i mercatini dell'usato sono presi letteralmente d'assalto. Abbiamo in casa l'orologio digitale, eppure andiamo alla ricerca di un rovinato, ingombrante, tarlato pendolo di legno. Ascoltiamo musica con l'impianto stereo di ultima generazione, ma ci incantiamo davanti a un grammofono che fa girare un disco il cui suono è sporcato da rumori e stridii di ogni sorta. Abbiamo abbandonato le campagne da cinquant'anni, però comperiamo un vecchio giogo da buoi per appenderlo in tavernetta come ornamento. Il trionfo dell'inutile: ma quanto fascino sprigionano quel vecchio pendolo, quell'antico grammofono, quell'arcaico giogo? Diciamolo: un fascino straordinario. E allora questi oggetti diventano fondamentali: perché questo tipo di inutilità è sinonimo di bellezza.
In questa nuova rubrica, cari lettori, sarò un Passatore rigorosamente Cortese: non parlerò di Storia con la maiuscola, ma di storia con la minuscola. Compreso il falso che è più vero del vero. Farò ruberie nel passato, trafugando dal suo forziere tutti quei beni totalmente inutili che possono procurarci diletto, senza tralasciare alcune scorrerie nel presente. Per chi ama le curiosità più insulse, per chi adora il nozionismo più bieco e bistrattato, per chi crede nella cultura, nell'arte e nella letteratura sempre e comunque.