CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO

La chiesa oggi

Ad uno sguardo distratto e inconsapevole, l'attuale chiesa di S. Michele non dice nulla della sua storia millenaria.
L'attuale costruzione [fig. 1] a navata unica risale al 1780, in sostituzione della precedente divenuta insufficiente per le esigenze di una Cervignano in crescita. Nata a pianta rettangolare, si presenta oggi a croce latina a causa dei due ambienti laterali aperti - in modo sconsiderato - da mons. Giacomo Cian, che fu parroco del paese dal 1930 al 1959. Questo e altri assurdi interventi del Cian hanno rovinato irrimediabilmente l'aspetto originale: «Volle comprendere, con l'ampliamento del locale verso piazza Marconi, il mosaico già appartenuto all'antica chiesa abbaziale, nell'intento di far diventare più abbaziale quella nuova. Aprì due arconi nell'abside, onde ottenere un transetto e trasformare così una chiesa ad unica navata in un'altra con pianta a croce latina. Nel fare ciò distrusse i preziosi stalli in legno di noce disposti a lato dell'altare maggiore e, per analogia, incassò i due pregevoli confessionali nella muratura perimetrale. Non pago di tutto ciò, lo disturbava l'altare maggiore, opera dello scultore milanese Stefano Argenti: perciò lo disperse. Distrusse la cantoria ed il pulpito; il pregevole organo dello Zanini (1890) fu incassato nella muratura sotto l'affresco del Redentore assoggettandolo all'umidità risalente dal sottosuolo. Uno spazio ristretto era riservato al coro, tra l'organo ed una muraglia rinforzata da pilastri che faceva da sfondo ad un altare misero e disadorno» (Ennio Puntin in Alta Quota 20, maggio-giugno 2008, p. 10). Una foto d'epoca [San Michelefig. 2], precedente ai lavori del monsignore, può darci l'idea di quanto è andato perso: basta confrontarla con una di oggi [fig. 3].
Caduta in abbandono negli anni '70, la chiesa sfiorò persino la distruzione, ma alcuni, per fortuna, si opposero a quest'idea infame; così, nel dicembre del 1992, quella che avrebbe dovuto essere un'opera di demolizione si trasformò invece in un restauro completo. Hanno dunque riacquistato valore gli affreschi ottocenteschi di Sebastiano Santi, da quelli dell'abside (riquadro sx con S. Michele Arcangelo; riquadro centrale con il Redentore; riquadro dx con S. Giovanni Battista) a quelli del soffitto, dove trionfa la splendida Assunzione della Vergine [fig. 4], nonché le tele e le sculture di artisti minori sparse all'interno.
Dovendo scendere in profondità per rinforzare la struttura, i responsabili dei lavori s'imbatterono in un autentico scrigno di reperti archeologici, i più antichi dei quali risalenti addirittura al I secolo d.C.. Oggi, a parte i ritrovamenti minori depositati in un magazzino, i resti delle antiche strutture sono visibili - previa richiesta alla parrocchia - nella cripta sotto la chiesa. Cripta di cui parleremo nel quarto paragrafo.

Figura 1
Figura 2
Figura 3
Figura 4

Il sito archeologico di S. Michele: all'origine della storia di Cervignano

I secolo d.C.: gli anni d’oro dell’impero romano. Aquileia, crocevia di commerci, razze, culture, religioni, gode di un entroterra fertile: fra i territori che i proprietari terrieri si spartiscono c'è anche Cervignano, all’epoca zona di campagne e ville rustiche. Una, ormai lo sappiamo, si trova nell’area Rossatto; altre, da rilevamenti più o meno recenti, sembrerebbero sparse anche altrove nel territorio comunale; un edificio del I sec. d.C., infine, si trova sicuramente sotto la chiesa di San Michele, ma ci arriveremo dopo.
Caduto l’impero romano, la storia di Cervignano non trova più testimonianze fino ai Longobardi. A loro si deve la costruzione dell'abbazia cervignanese di San Michele Arcangelo, ricordata già in un documento del 912, epoca che ci parla, però, di un'altra dominazione: quella dei Franchi. Il documento del 912 è una conferma dei beni dell'abbazia da parte di re Berengario: un atto resosi necessario dopo l'incendio subito in una Paganorum incursione, letteralmente ʻincursione di paganiʼ (si tratta degli Ungari, famosi per le loro scorrerie). Negli anni 1031-1036, il patriarca di Aquileia Poppone decise di assegnare il territorio di Cervignano alle monache benedettine del Monastero Maggiore di Santa Maria di Aquileia. Il Medioevo si chiuse per la nostra città nel 1418, con l'arrivo dei Veneziani. Nei primi del Cinquecento, infine, fu la volta degli Austriaci, che rimasero qui fino al termine della Prima Guerra Mondiale. Da ricordare, ai fini della nostra esposizione, che nel 1788 il cimitero, prima inglobato nell'area della chiesa, fu trasferito in via Aquileia.
Il 14 dicembre 1915 alcuni operai erano al lavoro: si stava realizzando un baraccamento militare davanti all'attuale stazione delle corriere. Fu dunque il caso a far riportare alla luce, durante questi lavori, il frammento di mosaico visibile in piazza Marconi [fig. 5]: un mosaico di età longobarda il cui valore artistico è indubbio e che certo deve continuare altrove. Vedremo cosa emergerà dai nuovi scavi che dovrebbero partire nel 2011: l'attesa è davvero grande.

 

Figura 5

I ritrovamenti all'esterno

Prima di scendere nella cripta, è doveroso ricordare che, negli anni 1992-1993, gli scavi archeologici hanno interessato anche tutta la parte esterna attorno a San Michele (piazza Marconi e l'odierno sagrato di via Mercato), con rinvenimenti di grandi pietre ben squadrate, muri, una pavimentazione in cocciopesto rosso, un basamento di colonna, una canaletta romana. Sul lato Ovest della chiesa, possiamo oggi vedere alcune pietre di ragguardevoli dimensioni ritrovate all'interno dell'edificio [fig. 6], addossate al muro Sud: due, purtroppo, mancano all'appello, e una era un elemento architettonico con evidenti segni d'incendio.
Furono poi rinvenuti, «procedendo da Sud a Nord - cito direttamente dalla relazione di Giuseppe Malacrea, uno dei molti autori dello scavo -, tracce di due ordini di basamenti paralleli di colonne o pilastri; inoltre, sono stati ritrovati ovunque ossa e scheletri per lo più di individui deceduti in giovane età. [...] Vicino al portale d'ingresso della Chiesa» fu scoperto «uno scheletro enorme mancante della testa, che misurava due metri dalla spalla al calcagno», con accanto altri tre, sempre di dimensioni ragguardevoli. E ancora, «nello spazio delimitato dall'abside [...], c'erano quattro pavimentazioni sovrapposte: due in mattoni, una in pianelle e l'ultima, sottostante a queste, in marmo». Nel presbiterio, infine, «comparvero quelle che presumibilmente erano strutture murarie dell'abbazia longobarda: un muro, da Nord a Sud, con un'apertura centrale, non lontano dal transetto ad Est». Questo muro era perpendicolare ad un altro che correva in direzione Est-Ovest, parallelo alla rampa di scale d'accesso al presbiterio stesso.

 

Figura 6

La cripta

Scendiamo nella cripta, restaurata pazientemente nel 2002. Ad accoglierci, prima di scendere le scale, sono due anfore che incorniciano una bellissima epigrafe romana [fig. 7], la cui scritta è purtroppo frammentaria: […]CVLAM / […]THERA. Il nesso -th- della seconda parola indica chiaramente un nome greco o grecizzante. Subito accanto, la rampa porta giù, in profondità, nella cripta tanto attesa.
Lo spettacolo che accoglie il visitatore è quello di un grande ambiente molto ʻvissutoʼ nell'antichità [in fig. 8 si vede solo una piccola parte]. A destra rispetto all'ingresso gli archeologi hanno sistemato un'altra splendida lapide romana ritrovata durante gli scavi [fig. 9]: del testo rimane pochissimo, solo le abbreviazioni L.M. Q.P., ovvero Locus Monumenti Quadratorum Pedum (ʻluogo del monumento di piedi quadrati...ʼ e poi doveva esserci la misura), ad indicare, come solevano i Romani, la grandezza del sepolcro. Ciò che colpisce maggiormente, però, è sicuramente il rilievo nella parte inferiore: a sinistra si nota il vertice di una squadra, mentre a destra è perfettamente riconoscibile un compasso; evidentemente erano gli strumenti del mestiere.
Lo spazio in cui si erge la lapide è delimitato, a destra e a sinistra, da due canalette romane il cui stato di conservazione è sorprendente: la più vicina all'ingresso, che quasi sicuramente scaricava i liquidi nel fiume Ausa, è scoperta [fig. 10]. L'altra canaletta, intatta [fig. 11], va ad inabissarsi nel pavimento in cemento creato dopo i lavori: forse finiva nella grande fornace romana [fig. 12] posta al centro di questo ambiente sotterraneo, rinforzata con un muro di mattoni a vista durante il restauro. L'identità di questa struttura è provata dai numerosi resti di bruciature e invetriature ritrovati in gran quantità all'interno e ancora visibili. Inoltre, nella parte inferiore, si distingue appena una porta, murata in un secondo tempo, segnalata dalla freccia rossa: forse era il praefurnium, ossia la bocca da cui veniva inserito il materiale destinato alla fornace (nella fig. 12 è indicata dalla freccia rossa). Vicino a questa costruzione gli archeologi hanno scavato ancora più in profondità: tenacia premiata, se è vero che si è raggiunto addirittura l'antico livello della bonifica romana, con tanto di pali di legno infissi nel terreno, legati da tavole poste a contenimento, e anfore usate per il drenaggio delle acque dell'Ausa.
La storia di questa cripta, però, non termina qui. Basta un'occhiata distratta alla foto n. 12 per rendersi conto che la struttura circolare è a due anelli, appartenenti ad epoche diverse: il più basso, costruito in pietre disposte ordinatamente, è quello della vera e propria fornace romana; il secondo, più rozzo nella sistemazione delle pietre, se non risale proprio ai Longobardi, è comunque altomedievale.
L'Alto Medioevo, dunque. Esso è rappresentato dallo strato più elevato degli scavi, sopra la parte romana, e in questa cripta ci restituisce dei reperti interessantissimi: le tombe. Ce ne sono tante, molte ancora con gli scheletri all'interno: nelle foto 13 si può avere un'idea di una delle sepolture, testimoni della presenza di un cimitero medievale a ridosso dell'abbazia.
L'elenco dei reperti minori stilato da Giuseppe Malacrea occupa ben 16 pagine, in cui si legge di tutto. Nel capitolo ʻoggetti in metalloʼ sono presenti monete romane (fra cui una dell'imperatore Augusto), medievali, venete, della contea di Gorizia, ma anche più recenti (una è del 1908); oggetti in bronzo di epoche, forme e tipologie più disparate; anelli, medaglie, lamine e monili antichi; fibule romane; vari altri oggetti metallici di uso quotidiano. Innumerevoli, inoltre, i frammenti di intonaci e di anfore, nonché le ceramiche, lucerne romane comprese, e i vetri. Ci sono anche resti di animali: alcuni denti, un frammento di corno in osso e una zanna di cinghiale. Il pezzo forte, però, è la sezione ʻmosaicoʼ, dove sono inventariate tutte le tessere rinvenute, dalle bianche alle nere fino alla pasta vitrea, del I sec. d.C. e oltre, a testimoniare la presenza di un edificio di età Giulio-Claudia e di costruzioni successive. Tutto ciò, ora, è in attesa di una sede d'esposizione.

 

Figura 7
Figura 8
Figura 9
Figura 10
Figura 11
Figura 12
Figura 13

Ultimo sguardo all'esterno

Una volta ritornati in superficie, diamo uno sguardo a due elementi che vengono sempre trascurati. Il primo, in fig. 14, è una grande pietra con fregio ritrovata all'interno e oggi posta accanto al mosaico di piazza Marconi. Il secondo, in fig. 15, è una lapide romana del I sec. d.C. murata nella facciata durante i lavori di rifacimento nel 1780. Si tratta di una dedica «al patrono Tito Canio Adrasto, liberto di Tito, sexvir (magistrato cittadino, ndr)». Impossibile da trascurare, invece, il secolare campanile, erede - secondo la tradizione - di una torre e prima ancora di lanterna posta sul fiume Ausa prima del Mille [fig. 16].

Vanni Veronesi

 

Figura 14
Figura 15
Figura 16